«Gheddafi ricatta l’Europa giocando con le nostre vite»

Paola Mirenda
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INTERVISTA. «Nella lotta congiunta di Tripoli e Ue contro l’immigrazione a rimetterci sono i più poveri». Parla Alassane Dicko dell’Associazione maliana degli respinti, molti dei quali provengono dal deserto libico.

Cinque miliardi per non far diventare l’Europa nera. La dichiarazione di Gheddafi è il segno di un razzismo verso l’Africa subsahariana che il Continente fatica ad accettare. «Non vogliamo dire che sia un traditore, ma quanto meno è un personaggio ambiguo», afferma Alassane Dicko, portavoce dell’Associazione maliana degli espulsi, una Ong con sede a Bamako che offre sostegno a quanti, respinti alle frontiere, vengono rimpatriati. E molti arrivano proprio dal deserto libico, dopo mesi passati in prigione senza nessun contatto con i familiari. 
 
Il presidente libico si presenta all’Europa come colui che può contenere l’immigrazione. In patria  invece chiede la costruzione degli Stati uniti d’Africa, per combattere gli ex colonialisti. Da che parte sta davvero?
Difficile capirlo, La Guida libica indirizza la sua polizia contro gente che scappa a causa di crisi sociali, politiche, economiche. Gente che fugge dal Sudan, dalla Somalia, che viene intercettata e portata nelle carceri libiche, e che quando viene liberata se gli va bene viene messa su un volo charter, ma nel peggiore dei casi viene abbandonata alle frontiere del deserto, come avviene al confine con l’Algeria o con il Sudan. Tutto l’impegno che Gheddafi ha messo per costruire un’Africa unita, dalle scuole alle infrastrutture, o i soldi che ha dato ai vari Paesi, viene vanificato da questa ambiguità. 


Un problema che riguarda tutto il Maghreb, che oggi si sente più Europa che Africa? 
È vero, il Maghreb ormai guarda all’altra riva del Mediterraneo. Ed è per questo che deploriamo le politiche europee sulla migrazione, perché balcanizzano le zone dell’Africa. Le forme di controllo in atto in Maghreb dopo gli accordi con la Ue portano a considerare ogni subsahariano con gli occhi di Bruxelles: nero, quindi emigrante, candidato a prendere la via del mare. Le vostre politiche vanno a scapito delle relazioni tra Paesi che finora sono state valide. Voi ricoprite il Maghreb di merci e di accordi privilegiati, di tutto quello che potete mettere in atto, e loro scelgono voi. Quindi non gli emigranti, ma gli africani tout court sono diventati materia prima nelle vostre relazioni di partenariato. 
 
Le politiche europee finiscono per frenare anche gli spostamenti tra Paesi africani? 
Ovvio. C’è una stigmatizzazione del “nero”. Ma fermare le frontiere è illogico, il motivo per cui si parte è la ricerca di un lavoro che spinge a lasciare la propria casa. Per uno, due anni, perché la maggior parte della gente vorrebbe tornare. Se non si torna è proprio a causa delle vostre politiche di frontiera: se chiudete i confini, alzate il prezzo della partenza. Se andare in Europa mi costa 5mila euro, non potrò tornare finché non avrò pagato il mio debito. Mi costasse 500 euro, il prezzo di un regolare biglietto, non avrei questo problema. Noi non siamo contro la le regole ma contro il vostro modo di regolare  la nostra vita. I migranti finiscono per essere abbandonati tra prigione e deserto.


Quindi non resta che il rischio del mare o della prigione? 
Purtroppo spesso c’è solo questo. Noi assistiamo le persone che la Libia, o la stessa Europa, rimanda indietro: quando vedi gente che per mesi è stata sballottata da prigione a prigione, che passa per  due o tre carceri prima di essere rimpatriata, persone che non hanno rubato, non hanno ucciso, beh, qualche domanda te la fai . Tocca prenderli, lavorare sulle loro condizioni, sul loro stato umano, perché sono terrorizzati da quello che è successo. C’è chi per mesi non ha potuto nemmeno telefonare per avvertire di essere vivo, chi è stato lasciato alla frontiera sbalgiata, chi è stato derubato nel deserto. Alle botte in prigione si aggiunge l’umiliazione del ritorno, quando a ogni passo che fai nel deserto c’è qualcuno che ti chiede una “tassa” per compiere quello successivo, l’alternativa è la morte. Il migrante è un essere umano, non ci sono motivi per brutalizzarlo. Noi deploriamo il fatto che le persone che chiedono asilo e che hanno fiducia nel Paese in cui si recano vengano traditi in questo modo. Eppure guardiamo con fiducia al futuro, nonostante tutto.   

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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