«Lasciati soli dallo Stato»

Alessandro De Pascale

INTERVISTA. Katia Anedda è la presidente dell’associazione Prigionieri del silenzio che dal 2008 sostiene le famiglie, informa l’opinione pubblica e vigila sul rispetto dei diritti di tutti i detenuti italiani nel mondo.

«Gli italiani detenuti all’estero «spesso vengono sottoposti a condizioni di vita lesive dei più elementari diritti dell’uomo», spiega Katia Anedda, presidente e fondatrice dell’associazione Prigionieri del silenzio che dal 2008 assiste le famiglie dei nostri connazionali dietro le sbarre nei vari Paesi del mondo, informando anche l’opinione pubblica. «A volte non ricevono neppure le cure mediche né un’appropriata difesa legale perché l’Italia in questi casi non prevede nemmeno il “gratuito patrocinio” e anche l’aiuto dei Consolati è facoltativo». 
 
Cosa pensa del caso di quest’ultimo italiano morto in Francia?
La famiglia sostiene che sia stato maltrattato. Ma se le lettere del detenuto con questi racconti sono state consegnate alle autorità italiane è molto grave perché significa che non se ne sono occupate abbastanza. E quando queste situazioni si nascondono succede il peggio. Anche se devo dire che a Nizza abbiamo seguito un altro caso e quel Consolato è sempre molto attento. 
 
Qual è la situazione che devono affrontare famiglie e detenuti all’estero?
Dipende dai reati e da come si pone il Paese ospitante. Anche se bisogna dire che la maggior parte dei nostri Consolati non si interessa a questi casi. Molto dipende infatti da quanta pressione venga fatta dall’italiano detenuto e dalla sua famiglia al Consolato competente. La situazione resta tragica soprattutto per chi si trova in prigione in Paesi molto lontani dall’Italia. Dove è difficile anche solo capire i problemi e la reale situazione. A volte il telefono non basta anche perché spesso i reclusi non possono raccontare cosa stanno vivendo, altrimenti rischiano la vita. Inoltre molti detenuti fuori dall’Europa contraggono varie malattie, come l’epatite C, curabili solo al rientro in Italia sotto stretto controllo medico. Perché nelle prigioni di molti Paesi, la carenza di assistenza e di igiene può far diventare letali queste malattie. Altro problema gli elevati costi per le spese legali: spesso servono due avvocati, uno sul posto e l’altro in Italia, soprattutto quando avviene una violazione di diritti. 
 
Quali in particolare?
Prendiamo il caso di un detenuto che chiede l’applicazione della Convenzione di Strasburgo che consente di scontare un terzo della pena residua in Italia. Anche i Paesi firmatari mantengono la discrezionalità sull’applicazione. 
 
Un esempio concreto?
Il caso di Francesco Stanzione. Detenuto da ormai dieci anni in Grecia e condannato a 18 nonostante dichiari la sua innocenza, due anni fa ha chiesto di essere trasferito in un carcere Italiano per scontare la pena. Ma la Grecia ha arbitrariamente chiesto 200mila euro per l’estradizione. Un’escamotage per violare una Convenzione poco chiara e male applicata. 
 
Avviene spesso la falsificazione di prove e documenti?
Purtroppo sì, soprattutto nei Paesi extra-europei. Mentre sono poche le violazioni riscontrate in Europa. Un discorso a parte è la Grecia che a mio parere per il modo di fare si comporta come un Paese di un altro continente.               

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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