«Le ‘ndrine ancora forti»
L’INTERVISTA. Parla il magistrato Nicola Gratteri: «C’è chi si affanna a dire che la mafia calabrese non usa più liturgie del passato, ma è un grave errore. Le cosche si rafforzano proprio con la tradizione».
«La ndrangheta si nutre di simboli, di riti che servono a rinsaldare i propri affiliati e a rafforzare la propria immagine all’esterno». Così Nicola Gratteri, magistrato di punta della Dda di Reggio Calabria spiega la scelta da parte dei boss di tenere le proprie riunioni al santuario di Polsi.
Ci spieghi meglio.
«Il mistero è parte intrinseca della sua strategia. L’ignoto, lo sconosciuto sono qualcosa in grado di esercitare attrazione sui giovani innanzitutto. Le riunioni che si tenevano nel santuario di Polsi costituiscono uno dei misteri della ndrangheta, che sulla gente ha sempre esercitato un certo fascino».
Prima degli arresti si diceva che riunioni a Polsi fossero una leggenda.
«C’è sempre stato nel corso degli ultimi anni, tra molti magistrati e studiosi chi si è affannato a dire che che i riti, a partire da quelli di affiliazione, avevano ormai qualcosa di arcaico e di superato, che non avevano dunque nulla più a che vedere con la ndrangheta. E invece, anche l’ultima inchiesta denominata “Crimine” dimostra che questo è uno dei punti di forza.
Ora che è stata accertato che Polsi era il luogo in cui avvenivano gli incontri della ‘ndrangheta, i boss cosa faranno, sceglieranno un’altra località?
«Non so cosa accadrà. Ma il valore simbolico che Polsi ha per gli ‘ndraghetisti è veramente molto elevato. Non sono sicuro che, dopo gli arresti, sceglieranno davvero un altro posto. C’è infatti già un importante precedente storico. Anche quarant’anni fa avvenne da parte delle forze dell’ordine la scoperta della famosa riunione al santuario di Polsi. I carabinieri fecero un blitz a un summit a cui partecipavano 150 affiliati. Si pensava che mai più la ‘ndrangheta avrebbe osato riunirsi lì. E invece lo scorso settembre, le cosche nel santuario hanno eletto Oppedisano».
Dopo l’inchiesta il “Crimine”, qual è lo stato di salute della ‘ndrangheta?
«Le ‘ndrine sono sicuramente indebolite. Ma ricordiamoci che i tifosi sono molte migliaia e noi ne abbiamo arrestati solo 300. Insomma, morto un papa se ne fa un altro. Decapitata un’elite, ne spunta velocemente un’altra».
Alla luce del recente attentato a casa del procuratore Di Landro, lei crede che la ‘ndrangheta stia provando ad alzare il livello di scontro?
«Sul merito non posso rispondere perché ci sono delle indagini in corso da parte della mia Procura. Ma credo che la cosa più importante ora è capire innanzitutto il livello di presenza degli uomini delle cosche nella casa del procuratore».
Come giudica le ultime prese di posizione contro la ‘ndrangheta del clero calabrese?
«Il vescovo di Locri si sta dimostrando onesto e coraggioso. Ma non so quanto riesca a incidere sull’opinione pubblica. È tuttavia un fatto importante. Se la chiesa accoglie i mafiosi senza pretendere il pentimento significa rafforzare il mafioso e la filosofia ‘ndranghetista».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







