Coltrane, l’anima free del jazz

Paolo Odello
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GIRADISCHI. Una serie di ristampe fanno luce sull’ultimo periodo del sassofonista, teso alla ricerca di un linguaggio universale tra assoli interminabili e lunghe improvvisazioni.

Nella sua carriera musicale ha agguantato gli ultimi splendori del be-bop e sposato a pieno, sempre alla ricerca di nuove libertà espressive, prima l’hard-bop e poi il free-jazz. E ancora oggi, John Coltrane, continua ad essere un maestro per intere generazioni di sassofonisti, modello inarrivabile di tecnica e improvvisazione. Nel 1948, poco più che ventenne, sbarca a New York e entra a far parte dell’orchestra dell’Apollo Theater di Harlem.
 
L’anno successivo suona il sax tenore nella sezione ance della big band di Dizzy Gillespie. Nel ’55 è con Davis e il suo quintetto, memorabili le incisioni, una fra tutte Kind of Blue. Due anni più tardi il primo disco a suo nome: Blue Trane. Seguiranno Soultrane (1958, che Poll Winners Records ristampa oggi con la registrazione di una session dello stesso anno in quintetto con il chitarrista Kenny Burrel, alla loro uscita Down Beat assegnò a entrambi cinque stelle). Poi Giants Steps, Coltrane si muove sulla linea di confine fra l’hard-bop più ruvido e coloriture blues. Intanto collabora con il pianista e compositore Thelounious Monk. Ma si deve attendere il 1960 per gustare My Favorite Things.
 
Coltrane si impone a un’intera generazione di sassofonisti quando al sax (tenore e soprano) si abbandona a lunghe improvvisazioni, come trascinato da una trance mistica. Si è liberato dalla dipendenza dagli stupefacenti e si è riscoperto profondo credente. Intanto dall’esterno arrivano nuovi segnali. La normalizzazione sociale imposta negli anni ’50 ha scatenato forti tensioni sociali. In Alabama il reverendo King organizza la protesta contro la segregazione razziale, mentre ad Harlem Malcom X diffonde il verbo del “molto onorevole” Elijah Muhammad.
 
Il jazz si prepara a fare i conti con la propria memoria. Con la Village Vanguard Coltrane registra Africa/Brass Sessions (’61). Poi A Love Supreme (’64) e il suono crudo del suo sax tenore rimanda alla predicazione battista e ai canti delle piantagioni. Nel ’65 sforna Acension, che segna il passaggio di Coltrane all’improvvisazione free. Lo accompagnano Hubbard, Johnson, Brown, Tchicai, Sanders, Shepp. E gli immancabili McCoy Tyner, Jimmy Garrison, Elvin Jones. Insoddisfatto dei risultati, Trane, continua la ricerca di un linguaggio universale.
 
Si avvicina alla musica indiana con Ravi Shankar e a quella africana con Michael Babatunde Olatunij. Non è facile seguirlo su tempi ultraveloci, negli interminabili assolo che superano i più audaci deliri free. Di quest’ultimo periodo rimangono poche registrazioni live (At Temple University, per la prima volta su cd e At Newport, novembre e luglio 1966) e all’Olatunij Center di New York, aprile ’67. Malato e sofferente (il cancro lo stroncherà il 17 luglio) improvvisa su My Favotite Things dilatandola oltre i 34 minuti. Lo accompagnano Alice McLeode Coltrane (la seconda moglie, al piano), Pharoah Sanders (sax tenore), Jimmy Garrison (basso), Rashied Ali (batteria).   

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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