I guastafeste dei negoziati
MEDIO ORIENTE. Mentre a Washington si rimandano le decisioni clou a tra due settimane, arrivano le minacce del presidente iraniano Ahmadinejad e del leader di Hezbollah. «Il processo è destinato a fallire».
Dopo tre giorni di colloqui preliminari, strette di mano, incontri a porte aperte, a porte chiuse, Obama che riceveva separatamente il premier israeliano Benjamin Netanyahu, poi chiamava il presidente palestinese Mahmoud Abbas in un’atmosfera quasi da confessionale, poi li faceva incontrare da soli, poi li affidava a Hillary Clinton, e infine lasciava spazio anche ai partner di negoziato Tony Blair, Hosni Mubarak e Re Abdallah di Giordania, il primo round di negoziati diretti si è concluso con una mezza vittoria.
La notizia buona è che Abbas e Netanyahu hanno acconsentito a incontrarsi ogni due settimane, fissando il prossio appuntamento per il 14 di settembre. Quella cattiva, è che la stretta degli Stati Uniti sui due recalcitranti leader si è già fatta più lenta: la prossima seduta si terrà lontana da Washington, in Egitto. Una sede problematica per i palestinesi: l’Egitto è un pieno esecutore dell’assedio contro la Striscia di Gaza, che Mubarak mantiene isolata dal valico di Rafah secondo le direttive israeliane.
Mentre una delle prime due condizioni poste da Mahmoud Abbas per il negoziato era proprio quella di togliere del tutto il blocco contro la Striscia, blocco che da tre anni impedisce l’accesso a derrate e beni di prima necessità per punire i civili, ritenuti colpevoli di appoggiare il partito islamista palestinese Hamas. La seconda condizione che Abbas aveva posto per la ripresa dei negoziati, ovvero il congelamento dell’espansione delle colonie israeliane in territorio palestinese, è già lettera morta da due giorni: i coloni hanno autonomamente ripreso i lavori in Cisgiordania giovedì scorso. Una ritorsione contro i due attentati compiuti da Hamas contro i coloni questa settimana, costati la vita a due coppie, m anche una risposta all’appello dei rabbini dei movimenti ultraortodossi, che hanno invocato la morte di Mahmoud Abbas e dei palestinesi. Eppure a Washington nessuno ha nascosto l’ottimismo per la ritrovata atmosfera “cordiale” fra Netanyahu e Abbas.
Nella conferenza stampa conclusiva, l’inviato degli Stati Uniti in medio oriente George Mitchell ha illustrato i punti fermi del prossimo anni di negoziati, annunciando che Israele ed Autorità Nazionale Palestinese hanno convenuto sulla redazione di un «accordo di status permanente per stabilire i compromessi necessari al raggiungimento di un trattato onnicomprensivo che ponga fine al conflitto e stabilisca una pace duratura fra israeliani e palestinesi».
Nessun dettaglio su quali possano essere le possibili convergenze di intenti, fra un premier che ha lasciato Tel Aviv promettendo di non riconoscere i confini del ’67 (sui quali dovrebbe sorgere un futuro stato palestinese) e di non voler bloccare la costruzione delle colonie, e un presidente che controlla soltanto metà dei territori palestinesi, ovvero la Cisgiordania.
Le indiscrezioni fuoriuscite dai corridoi della Casa Bianca parlano di “consistenti pressioni” su Abbas per accettare tutto, soprattutto quella che dopo sessant’anni di risoluzioni ONU calpestate dall’esercito israeliano era rimasta l’ultima richiesta palestinese: l’evacuazione degli insediamenti illegali israeliani incuneati fra i villaggi palestinesi in Cisgiordania. Di Gerusalemme, del rientro dei profughi, di Gaza, non si è fatta menzione.
E in Medio oriente le strette di mano di Washington hanno soltanto incalzato la rabbia di chi ieri ha festeggiato la giornata di Gerusalemme, in cui si invoca la città santa come capitale della Palestina. Da Tehran, il presidente della Repubblica Islamica Mahmoud Ahmadinejad ha arringato una folla di fedelissimi minacciando ancora una volta Israele. Dalla piazza in cui si tenevano i cortei ha poi rincarato la dose avvertendo: «i negoziati a Washington sono destinati al fallimento. Cosa vorrebbero negoziare? Chi rappresentano?», ha domandato alla folla. Dal Libano, gli ha fatto eco il nemico numero due di Israele, Hassan Nasrallah, anche lui nel pieno delle celebrazioni della giornata di Al Quds, sentenziando che «il negoziato di Washington è morto ancora prima di nascere». E promettendo, ancora una volta, che la guerra contro Israele è più che mai possibile, e che le sue milizie di Hezbollah, a fianco di Siria e Iran, sono oggi più che mai in grado di vincerla.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







