Il gigante Eiger
TEMPI MODERNI. In sala il film del tedesco Philipp Stölzl. Alla sua seconda pellicola il regista realizza un’opera spettacolare di grande impatto visivo, che fa riflettere sull’uomo e le sue imprese.
La storica impresa della scalata dell’Eiger, gigante di 3970 metri tra le Alpi svizzere, “che divora chiunque gli si avvicini”, fu realizzata da un gruppo di alpinisti, due tedeschi e due austriaci nel 1938 (uno di loro Heinrich Harrer sarà l’autore del celebre romanzo Parete Nord in cui racconta l’incredibile avventura). Esattamente due anni prima i tedeschi Toni Kurz e Andi Hinterstoisser a cui più tardi si unirono gli austriaci Willy Angerer ed Edi Rainer affrontarono la parete Nord dell’Eiger, il cosiddetto “muro della morte”, puntando alla conquista della vetta.
Strumentalizzati dalla propaganda nazista dell’epoca che lì trasformò in due eroi nazionali, rappresentanti “dell’audace gioventù del regime”, i due, che invece non erano membri del partito nazionalsocialista, il 14 luglio del 1936 iniziarono la scalata considerata impossibile, sognando l’oro olimpico.
A tutto questo il tedesco Philipp Stölzl, regista di North Face da pochi giorni nelle sale italiane, dedica la sua pellicola “estrema”, realizzata a dieci gradi sottozero e seguendo ovviamente solo in parte la via realmente percorsa da Kurz (il simpatico Benno Fuermann nel film) e Hinterstoisser (Florian Lukas) nell’estate dell’ormai lontano 1936.
Film spettacolare sicuramente questo di Stolzl, che grazie a una perizia tecnica straordinaria, all’estremo realismo delle scene e alle riprese mozzafiato della montagna (che veramente non hanno niente da invidiare alle tanto esaltate nuove uscite cinematografiche in 3D) incolla lo spettatore allo schermo, completamente immerso nell’azione e seriamente preoccupato di rimanere in equilibrio sulla sua poltrona.
Al racconto dell’impresa degli alpinisti si intreccia la storia d’amore tra Kurz e la fotografa Luise Fellner (Kolja Brandt) che rasserena un po’ gli animi prima dell’avventurosa spedizione e il racconto del clima storico di quegli anni tragici in cui una funesta impresa aveva già iniziato la sua tragica scalata.
Un film sulla montagna dunque e sulla sua ipnotica e selvaggia bellezza, ma anche, come spesso accade (e il pensiero va a uno dei capolavori di Werner Herzog, Fitzcarraldo, in cui una nave scalava una montagna), soprattutto metafora dell’uomo, delle sue imprese sbagliate e onnipotenti, di quelle purtroppo contrastate dagli eventi e di quelle “folli” ma geniali, impossibili appunto, che invece fanno fare un passo avanti all’umanità.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







