Infrastrutture, torna la paura
STATI UNITI. L’esplosione di un’ennesima piattaforma nel Golfo del Messico ripropone il problema della vetustà, potenzialmente catastrofica, degli impianti e delle opere pubbliche del Paese. E scoppia un aspro dibattito.
Quando la notizia ha raggiunto gli abitanti di New Orleans è tornata ancora una volta la paura. Un’altra esplosione su una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico, questa volta di proprietà della compagnia di Houston, Mariner Energy. Un pozzo in acque basse, escluso dunque dallo stop imposto dalla casa Bianca per far luce sulla reale sicurezza degli impianti offshore. L’incidente è avvenuto a circa 100 chilometri dalla Vermilion Bay, nella parte sud-ovest della Louisiana. Dopo un allarme iniziale legato all’avvistamento di una lingua di petrolio lunga quasi un chilometro, la Guardia Costiera ha annunciato che «le fiamme sono spente e non ci sono perdite di petrolio».
Tredici persone sono finite in acqua e sono state tratte in salvo dagli elicotteri; confermato un ferito dal Terrebonne General Medical Center a Houma, in Louisiana. Ma intanto l’incidente getta ulteriori dubbi sulle condizione delle 5mila piattaforme operative oggi lungo la East Coast americana e imbarazza la casa Bianca, che s trova a fare i conti con un sistema di infrastrutture completamente deregolamentato e potenzialmente catastrofico. Basti vedere l’ondata di proteste che la moratoria sulle estrazioni offshore ha generato in Usa. Ieri Bp ha avvertito il Congresso che se passasse una legge per bandire il rilascio di nuovi permessi per trivellare offshore, potrebbe non essere in grado di generare profitti necessari a pagare i danni causato dalla marea nera della DeepWater Horizon.
Una minaccia che fa facile leva su una popolazione seriamente spaventata dalla crisi economica e che teme che altri posti di lavoro vengano eliminati a causa della moratoria. Un problema che però va ben oltre le piattaforme petrolifere. Un evento che riapre un grande dibattito americano, quello sullo stato delle infrastrutture, sempre più carenti ed obsolete, troppo costose per essere rinnovate ed espanse, ostacolate dai troppi interessi privati e da troppa deregolamentazione.
Non sono serviti i 787 miliardi del Piano di stimolo di Obama, nonostante ben 250 siano stati impiegati per ristrutturare ponti, dighe, strade e rete elettrica. In un articolo di gennaio il The Atlantic James Fallows snocciola le cifre del disastro americano: «Il 26% dei ponti è obsoleto, le dighe hanno in media più di 50 anni, i sistemi fognari sono al collasso, così le tubature dove 60 litri d’acqua fresca al giorno vengono sprecati per ogni cittadino Usa. Infine un susseguirsi di incidenti in centrali elettriche e raffinerie, a febbraio 27 morti in Connecticut, poi l’esplosione della Deepwater Horizon e ora la piattaforma della Mariner. In un’email John Hocevar, un responsabile di Greenpeace Usa, si chiede: «Quante volte ancora giocheremo d’azzardo con le nostre vite, la nostra economia e i nostri ecosistemi? È tempo che impariamo dai nostri errori e ci muoviamo oltre il petrolio».
Il modernismo, il boom dell’edilizia anni 60 e la de-regolamentazione sono destinati a produrre sempre più disastri, alle infrastrutture americane, e nel resto del mondo.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






