L’ombra di Hamas sui colloqui di pace
MEDIO ORIENTE. Il premier israeliano Netanyahu e quello palestinese Abu Mazen incontrano oggi Obama alla Casa Bianca. Sulla ripresa del dialogo pesa l’attentato che ha fatto 4 vittime in un insediamento di coloni.
Yitzhak Ames, sua moglie Tali, Kochava Even Haim e Avishai Schindler stavano tornando a Kiriyat Arba, la colonia sorta nel lato est di Hebron fino a incunearsi nella città vecchia, al punto che le famiglie dei palestinesi vivono protetti da reti di sicurezza fra una casa e l’altra per ripararsi dagli oggetti che i coloni arrivati da Israele scagliano contro di loro dalle finestre delle case che occupano. I quattro erano poco distanti da questa colonia in cui si gira armati e si venera la memoria di Baruch Goldstein, che nel 1994 aprì il fuoco a Hebron uccidendo 29 palestinesi intenti a pregare e viaggiavano lungo una di quelle autostrade vietate ai palestinesi, costruite confiscando le terre dai villaggi. Finché una macchina non li ha accostati aprendo il fuoco.
Un gesto subito rivendicato da Hamas, partito palestinese escluso dal negoziato che controlla la Striscia di Gaza. Le due coppie di coloni sono il primo tragico, contraddittorio, simbolo del processo di pace che inizia ufficialmente oggi a Washington, e che farà sedere il presidente palestinese Abu Mazen a fianco del premier israeliano Benjiamin Netanyahu per trovare un compromesso sul conflitto che nessuno, da 60 anni, riesce a risolvere. A preparare il terreno per il negoziato, i colloqui preliminari con Hillary Clinton, la presenza dei capi di stato egiziano e Giordano, le mediazioni telefoniche di Ehud Barack e la piena sfiducia dei due popoli che i due negoziatori rappresentano: Netanyahu è screditato presso l’opinione pubblica moderata e minacciato dalla destra che lui stesso dovrebbe rappresentare, Abu Mazen rimanda le elezioni palestinesi da un anno perché sa di non avere i numeri per vincerle.
Con l’attentato di martedì, per Abu Mazen è arrivato l’ennesimo scacco: nonostante i 300 arresti che ha subito ordinato, è parso chiaro a tutti che la sparatoria di Kiriyat Arba era un messaggio da parte di Hamas, esclusa dal negoziato; un colpo che Abbas non ha saputo prevedere e fermare. Per quanto riguarda Netaniahu, ne è parso chiaramente rafforzato nella sua posizione di parte lesa, e ha precisato «i terroristi non decideranno dove devono vivere gli israeliani». Una frase significativa, per l’apertura dei lavori a Washington: ancora una volta, per il negoziatore Netanyahu e per il governo che rappresenta, le colonie sono parte di Israele.
Tanto è vero che la Yesha ha subito deciso di porre autonomamente fine al congelamento temporaneo della costruzione delle colonie (quei sei mesi non prorogabili che sarebbero scaduti il 26 settembre ma che in sostanza non hanno mai decretato la fine delle demolizioni di case e villaggi palestinesi), e da oggi si ricomincierà a costruire in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Entrambi, Mahmoud Abbas e Netanyahu, sono profondamente scettici sulla ruscita del dialogo.
Non resta che sperare nella fermezza del presidente americano Obama, che oggi li incontrerà presentando la sua proposta di compromesso. Starà a lui a forzare la mediazione, a costo di subire nuovi attentati contro il compromesso.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







