L’Unità di gioia e dolore
DOC. A colloquio con Gianfranco Pannone sul suo ultimo lavoro "Ma che storia". Meditazione originale sul processo unitario italiano attraverso la ricchezza della cultura popolare.
Una ricerca che sa di riscoperta. In concorso nella sezione Controcampo della Mostra del Cinema di Venezia, il documentario Ma che storia di Gianfranco Pannone guarda a «gioie e dolori del processo unitario italiano. Con un montaggio non cronologico, ma per associazioni, il film - spiega il regista - attraversa il ‘900 grazie a immagini di repertorio che ho relazionato a musiche popolari e a testi di scrittori come Arbasino, Foa, Bobbio, i quali hanno riflettuto su questo processo, che è stato anche estremamente faticoso. Sono partito dal presupposto che il popolo non ha avuto il tempo di rendersene conto, perché gli eventi, in particolare nel dopoguerra, sono stati talmente veloci per cui, a causa dell’ondata consumistica seguita alla voglia di uscire dalla miseria, ci si è dimenticati di fare i conti anche con la propria storia. E’ nato così “un paese senza”, come lo chiama Arbasino in un suo noto libro».
Ma che storia prende vita da quel giacimento senza fine che è l’Istituto Luce, produttore dell’intero progetto. «Ho utilizzato documentari e molti cinegiornali che si avvicinano addirittura al neorealismo in termini d’impatto delle immagini - spiega Pannone -. In parte le ho reinventate, plasmandole creativamente insieme al mio abituale direttore della fotografia Tarek Ben Abdallah. La musica popolare invece è stata selezionata da Ambrogio Sparagna, e va dai testi sul brigantaggio, passando per il sonetto romano a sfottò su Vittorio Emanuele, fino al canto garibaldino genovese».
L’intero progetto viene presentato proprio mentre il Paese interno si appresta a celebrare i 150 anni dell’Unità e si pone come una sfida puntando su un taglio tutto particolare. «C’è una parte del mondo politico - non solo la Lega - che tende al disfattismo rispetto alla nostra storia. Che paradossalmente è straordinaria e meschina al tempo stesso, forse è proprio questo che rende il paese in cui viviamo particolarmente interessante. Un po’ come diceva Orson Welles: “Sì, l’Italia è quello che è, però ha prodotto Caravaggio, mentre la Svizzera ha prodotto gli orologi a cucù”. Spesso ci dà più delusioni che gioie, ma dovremmo anche imparare un po’ ad amare un paese che è di una ricchezza indubbia, non solo artistica e culturale. Il documentario prova infatti ad avere anche un taglio antropologico rispetto al cambiamento degli italiani lungo questi 150 anni».
Un occhio particolare è posto sulle classi subalterne, dal contadino al pastore, ponendo l’accento su un ruolo di primo piano della cultura popolare. «Contadini, pastori, sono stati messi nella condizione di vergognarsi del proprio status - spiega il regista -. Solo oggi, specialmente attraverso il cibo, che è sempre la nostra gloria nazionale, ma anche con la musica popolare, si riscoprono le origini. Inseguire l’impeto a cui obbligava la corsa al consumismo ha fatto sì che non si potesse ragionare approfonditamente su chi si era, da dove si veniva, dimenticando così il senso d’appartenenza, il sentire comune, i doveri civici. E mai come oggi si avverte questa mancanza, il nostro è un paese stanco, dove la gente non crede più a niente. Questo secondo me nasce da quel senso di vergogna, che sicuramente non ha aiutato ad essere consapevoli dei valori di cui si era portatori - conclude Pannone -. Quindi Ma che storia cerca anche di trovare - specialmente attraverso la musica - la grandezza che c’è nella cultura popolare».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







