La scommessa di Obama sulla pace in Medio Oriente

Annalena Di Giovanni
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STATI UNITI. Riprendono i negoziati. Il capo della Casa Bianca riceve oggi il premier israeliano Netanyahu, domani sarà la volta del palestinese Abbas. Intanto Tel Aviv annuncia: le colonie andranno avanti.

E' partito ieri, il primo dei due ad essere convocato a Washington, il premier israeliano Benjiamin Netaniahu. Ad attenderlo, per un colloquio nella serata, era pronta il segretario di Stato Hillary Clinton. Poi sarà la volta di incontrare Barack Obama che accoglierà alla Casa Bianca anche il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas giovedì prossimo.
 
Nessun anticipo sui punti del negoziato che, a partire dal due settembre, dovrebbe andare avanti per un anno e concludersi con la firma della pace e, probabilmente, uno Stato palestinese a fianco a quello israeliano. Se venti anni fa le trattative a Oslo non avevano raggiunto alcun terreno comune sulle questioni chiave del conflitto: il disimpegno militare israeliano dai territori palestinesi occupati nel ’67, la spartizione delle risorse idriche e il diritto al ritorno dei profughi palestinesi cacciati nel ‘48; questa volta il negoziato viene già definito in anticipo come “senza precedenti” perché non esiste un accordo neanche sui requisiti minimi per una trattativa.

 

Netaniahu ha già promesso di non voler neanche concedere un nuovo temporaneo congelamento delle colonie israeliane in Cisgiordania. Un concetto ribadito da dodici dei suoi più importanti ministri, incluso il vicepremier Avidgor Lieberman, che si sono fatti fotografare per una campagna pubblicitaria comparsa su tutti i giornali israeliani: le colonie andranno avanti, lo garantiscono loro. E il 26 settembre, data di scadenza del congelamento temporaneo delle costruzioni negli insediamenti, non verrà seguito da alcuna proroga. Anzi, c’è addirittura un progetto di treno che connetterà le città israeliane con gli insediamenti in Cisgiordania.
 
Per quanto riguarda Mahmmoud Abbas, non ha controllo sulla Striscia di Gaza, governa la Cisgiordania in base a un mandato scaduto l’anno scorso, non ha il pieno controllo delle milizie del proprio partito al Fatah e ha di nuovo rimandato le prossime elezioni ammettendo che non potrebbe vincere. Eppure i negoziati sono già avviati: mentre Netanyahu decollava verso Washington, è stata la radio dell’esercito israeliano a render noto ieri che un incontro segreto fra il ministro della Difesa Ehud Barak e il presidente palestinese Mahmoud Abbas, ospitato in una residenza privata dal re di Giordania Abdallah, aveva già avuto luogo lunedì. 
 

Nessuna indiscrezione su quanto discusso dai due, ma è probabile che, a sua volta, Ehud Barak volesse assicurarsi dei possibili scenari riguardo agli altri conflitti che Israele deve gestire – primo fra tutti, il contenzioso fra Siria e Libano. Israele ne controlla le risorse idriche tramite le alture del Golan e le Fattorie di Sheeba, occupate militarmente dal 1967. 
 
I toni si sono fatti più minacciosi di recente, quando, in seguito a uno scontro a fuoco fra esercito israeliano e libanese, la Siria ha annunciato di essere pronta a sostenere militarmente il Libano in caso di conflitto. Probabilmente Ehud Barak ha cercato lunedì una conferma da parte di Abbas sulla futura posizione dell’Anp nei confronti dei vicini arabi. A consolidare i timori che per il medio oriente si prepari una “pace armata” ha contribuito anche un’indiscrezione del Jerusalem Post circolata ieri: secondo il quotidiano israeliano, sul piatto delle trattative ci sarebbe, come compensazione, una ingente partita di missili e f-35 che gli Usa sarebbero pronti a cedere all’esercito di Tel Aviv.
 
Dopo il motto “Terra in cambio di pace”, che circolava negli anni delle trattative a Oslo, sono forse arrivati i tempi delle “armi in cambio di pace”? Se questo fosse lo scenario, allora una trattativa coi palestinesi non basterà a scacciare lo spettro di una guerra contro Siria e Libano o, ancora peggio, contro l’Iran. L’unica certezza, alla vigilia dei negoziati, è che mai come adesso il medio oriente dipende dall’impegno di Washington. La pace, se è in vista, è nelle mani di Barack Obama.   
 

 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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