La Svizzera e il boia nelle urne a furor di popolo

Gianpaolo Silvestri

COMMENTI. Questo giornale si è occupato più volte di come i referendum popolari possano essere il grimaldello più efficace per l’incunearsi della democrazia autoritaria.

Questo giornale si è occupato più volte di come i referendum popolari – se innestati su temi attinenti diritti, libertà individuali e collettive, opzioni etiche – possano essere il grimaldello più efficace per l’incunearsi della democrazia autoritaria. Gli ultimi casi eclatanti sono stati la consultazione popolare che in California ha visto l’affermazione del No ai matrimoni omosessuali (risultato elettorale inizialmente smontato dalla magistratura Usa che giustamente ha intravisto in ciò un attacco al principio d’eguaglianza e non discriminazione, in seguito ripristinato da altri magistrati ed ora in attesa di giudizio definitivo), ed il referendum svizzero che - con grande invidia della nostrana Lega lombarda - ha vietato la costruzione nel territorio elvetico di nuove moschee e relativi minareti (erano e sono quattro in tutto!).
 
Anche in questo caso associazioni come Amnesty International ed altri, hanno presentato ricorso ad organismi internazionali perché è leso pesantemente il diritto inviolabile ed inalienabile di culto. La vicenda della costruzione della moschea nell’area ove prima sorgevano le Torri Gemelle è, per alcuni tratti, simile. Oggi ci giunge, sempre dalla terra di Guglielmo Tell, patria ed amante di consultazioni popolari su ogni questione, un nuovo allarme: si vuole ripristinare il boia.  Promotore del Sì alla pena capitale è un comitato guidato da Marcel Graf, un informatico di 35 anni che vive a Knonau, nel Canton Zurigo che vuole reintrodurre la pena di morte per i delitti a sfondo sessuale compiuti da pedofili. Graf afferma di aver sofferto, nel corso della sua vita, per l’uccisione di un bambino da parte di un maniaco.
 
La Svizzera ha abolito il boia nel 1942 ma, se sul quesito saranno raccolte 100mila firme entro il 24 febbraio del 2012, l’ipotesi di un suo ritorno in attività non è peregrina. Fortunatamente non tutto è così liscio: se di qui a sei mesi la petizione avrà successo, la palla passerà al Parlamento elvetico che dovrà esprimere il proprio parere, certo in parte vincolato dal fatto che le firme peseranno.
 
La speranza è che (come avvenne nell’85 con un tentativo andato a vuoto di reintrodurre la pena capitale nei confronti dei trafficanti di droga), sia proprio la mancanza delle firme necessarie ad evitare al Parlamento svizzero un dibattito imbarazzante avendo – tra l’altro - la Confederazione elvetica aderito alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo ed è quindi impegnata a “rinunciare alla pena capitale in tempo di pace come di guerra”. 
 
Senza contare la moratoria di tale criminale pratica votata dall’Assemblea generale dell’Onu su proposta italiana. Sempre più il presunto rispetto della volontà popolare tende a scontrarsi con i diritti fondamentali e, come in questo caso, anche con i solenni impegni internazionali assunti. Sono allora ampiamente condivisibili la preoccupazione del presidente svizzero, Christoph Darbellay, che denuncia come i referendum, vanto della democrazia diretta elvetica, tendano a fare “sempre più il gioco d’estremisti e populisti”. 
 
Non solo in Svizzera, a quanto pare, e sempre a furor di popolo. 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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