In lotta per avere un lavoro
SCUOLA. Giacomo Russo, precario palermitano in sciopero della fame e da venerdì davanti al Parlamento, finisce in ospedale. È il secondo del gruppo. Chiedono alla Gelmini un incontro per parlare della sua riforma.
Disidratato ma determinato e non disperato. Giacomo Russo, il precario palermitano che da venerdì scorso ha portato sotto Montecitorio la sua protesta pur estrema, ha trascorso la mattinata di ieri all’ospedale Santo Spirito di Roma. I medici ne hanno consigliato il ricovero perché il suo corpo comincia a risentire gli effetti dello sciopero della fame avviato con altri colleghi il 18 agosto e proseguito davanti a uno dei simboli delle nostre istituzioni. I cui membri, tranne per qualche parlamentare dell’opposizione (Marino, Vita, Di Pietro), hanno finora snobbato il duro gesto. Comunque verso le 13 di ieri, dopo due flebo vitaminiche, Russo ha deciso di firmare le dimissioni dal nosocomio e tornare davanti al Parlamento. Dove l’altra siciliana Caterina Altamore e i precari romani proseguono il sit-in di protesta al quale Viale Trastevere non vuole rispondere.
Da giorni i precari chiedono un incontro col ministro Gelmini che non solo glissa qualsiasi contatto, ma non s’è neppure degnata tramite il proprio staff di seguire gli effetti dello sciopero che ha finora portato in ospedale due manifestanti (a Palermo Pietro Grusa, già ricoverato nei giorni scorsi, ha accettato il consiglio dei sanitari ricominciando a nutrirsi). In ogni caso la protesta estrema sta producendo eco fra il personale coinvolto: a Bologna e Reggio Calabria si sono avviati incontri e proposte di mobilitazione, a Catania si è manifestato; s’abbandona la nicchia individuale o dei piccoli gruppi per rilanciare un blocco rivendicativo collettivo come suggerito da alcuni sindacati.
Uno di loro, l’Usb, in un comunicato ha sottolineato proprio quest’aspetto: uscire da simili forme che servono a rompere il silenzio ma rischiano di restare passerelle per il circo mediatico che accende e spegne le luci sull’argomento. L’intento è riaprire un fronte di protesta, sperando che s’allarghi a quante più componenti possibili proprio nell’interesse dei lavoratori. Russo nel luminoso pomeriggio romano è ancora davanti al Parlamento: «Sono d’accordissimo con le mobilitazioni di massa, figurarsi, ma per i giorni a venire lo sciopero della fame continuerà. Chiedo alla Gelmini un pubblico dibattito sull’efficacia della sua riforma, il ministro deve spiegare agli italiani la bontà dei suoi tagli. Così milioni di genitori comprenderanno quale sciagura si sta abbattendo sulla vita dei propri figli».
Parzialmente fiducioso sui saluti portati da alcuni parlamentari. Anche se «sono decine di migliaia i precari che quest’anno sono messi in condizioni di non lavorare. Il mio interesse è creare coscienza fra i cittadini e la possibilità di potersi organizzare andando oltre il sistema della delega che ha prodotto una frattura profonda fra la politica e il paese reale. Naturalmente non li considero tutti uguali, combatto la cricca dei berluscones. Quella politica che ha fatto perdere ogni speranza. Occorre rilanciare le lotte. Un Paese libero si fonda sulla partecipazione». Battista che rappresenta l’Usb e ha accompagnato il precario al Santo Spirito ribadisce che «azioni come lo sciopero della fame non possono durare a lungo perché mettono a rischio la salute ma possono svegliare la solidarietà di coscienze e scuotere soggetti che vivono le stesse contraddizioni ma sono bloccati o delusi da una situazione apparentemente senza sbocchi».
Chiediamo se il mondo del lavoro per farsi ascoltare debba ormai ricorrere a gesti estremi. «Non dovrebbe essere così - risponde - seppure le condizioni d’illegalità proposte, basta guardare il caso dei lavoratori Fiat di Melfi, e l’operato d’uno Stato sempre più aziendalista ci hanno condotto a una precarizzazione del lavoro da anni studiata a tavolino. Nella scuola sigle sindacali collaborazioniste e una chiusura sistematica della politica a qualsivoglia dialogo e comprensione del dramma del precariato ci collocano in un vicolo cieco dove quel che si decide è unilaterale, economicistico, antisociale perché s’incrina il buon funzionamento d’un settore vitale per le generazioni future».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







