Ma quale mito tedesco

Luca Bonaccorsi
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ECONOMIA. Nella crisi mondiale spicca il successo economico della Germania, nuovo modello europeo. A colloquio con l’economista Sergio Cesaratto che avverte: «è un sistema insostenibile a livello globale».

Il richiamo di Napolitano ha funzionato e, finalmente, anche in Italia la crisi economica è all’ordine del giorno. Almeno sui giornali. Il presidente ha resuscitato un termine (la politica industriale) che è croce e delizia della storia d’Italia. Nel senso che da sempre se ne parla per costatare, anno dopo anno, l’incapacità del nostro sistema di darsi strategie, se non di lungo, almeno di medio periodo.
 
La “politica industriale” è una espressione in parte desueta, ormai relegata ai corsi universitari, nel mondo globalizzato e neoliberista degli ultimi 20-30 anni. Ma questa recessione, figlia della deregulation del credito e delle disuguaglianze mondiali, ha travolto schemi e certezze. Così, a parte qualche manicheo e inutile alfiere di liberismo e/o comunismo, più d’un politico e pensatore si è avventurato per nuovi “lidi” teorici.
 
In questo contesto, a sorpresa per alcuni, dalla profonda recessione esplosa nel 2007 emerge il successo della Germania. Non della Cina, serbatoio sconfinato di lavoro schiavo e inquinamento. Bensì della civilizzata, ordinata, socialmente protetta e industrializzata Germania. Così mentre da noi continua a crescere la Cassa integrazione straordinaria, mentre gli Usa arrancano senza certezze, da Tremonti a Draghi il “tedesco” è divenuto il linguaggio di riferimento.
 
Non quello di papa Ratzinger, che incita a consolarsi con pensieri assai più nobili del posto fisso. Piuttosto quello di Bmw, Siemens, Bayer. Ma di cosa parlano veramente? La Germania è davvero un esempio da seguire? E soprattutto: sono appelli onesti?
 

Ne abbiamo parlato con il prof. Cesaratto, ordinario di Politica economica all’università di Siena.

 
Tremonti e Sacconi con i loro appelli alla pace sociale, ora anche il governatore Draghi inneggia alla Germania. è daccordo?
A caldo potrei rispondere: ma se tutti fanno come la Germania chi compra? Il loro modello è quello della “deflazione competitiva”, con prezzi e salari compressi. Danneggia i lavoratori e non avvantaggia il sistema sul fronte consumi. La Germania è una enorme macchina produttiva che produce troppo, e quindi deve ricorrere all’export.
 
Ma veramente salari e welfare sono migliori che da noi.
In termini assoluti si, ma non in termini relativi, ovvero rispetto a quanto potrebbero permettersi con la loro produttività.   
 
Ma esportano per la qualità dei loro prodotti. E' una “colpa”?
La qualità dei beni tedeschi è indubbia, ma il fattore prezzo conta. I tedeschi hanno dei concorrenti: i produttori italiani di macchinari industriale per esempio. Ma i nostri sono svantaggiati dalla maggiore crescita di prezzi e costi di sistema. Nel mercato delle auto di fascia alta, per esempio, il recente deprezzamento dell’euro ha svantaggiato moltissimo i giapponesi.
 
Quindi è un falso mito?
Precisiamo: dal punto di vista della qualità del prodotto dobbiamo seguirli senz’altro. E poi ha ragione Napolitano: non abbiamo una politica industriale. I tedeschi sono famosi per le delegazioni commerciali che col governo vanno in giro a fare accordi. E non tagliano i fondi a ricerca, innovazione e università al contrario del nostro sciagurato Paese. Quelli fanno affari, da noi ci sono gli affaristi. La nostra politica industriale è quella del circo con Gheddafi e le 500 ragazzine affittate. Io non sono un moralista ma l’ho trovato davvero degradante per il Paese. 
 
Ma la “deflazione” tedesca è figlia di un sistema di relazioni socio-economiche che regge.
È vero. Il loro patto sociale è formidabile. Anche per il modello rivolto all’export. Con il grosso della manifattura che va all’estero il contratto di lavoro guida, quello dell’industria, ha sempre subito il ricatto della competizione internazionale. A questo si aggiunga il ruolo tradizionale della Bundesbank che interveniva (oggi lo fa ancora la Bce) nelle contrattazioni minacciando rialzi dei tassi. 
 
Ma non sarà un vizio italiano, specie della sinistra, quello di dare addosso ai tedeschi? Fin dagli anni ‘70 i socialdemocratici e riformisti erano considerati “destri” perchè accettavano la cogestione insieme ai “padroni”. 
Questo è un dato storico. Il Pci in Italia era radicale a parole ma compromissiorio nei fatti. Mentre nella socialdemocrazia si rinuncia all’obiettivo radicale e si cerca il compromesso. 
 
Possiamo dire, ex post, ottenendo di più per i lavoratori.
Anche questa ormai è una evidenza storica. Comunque quella citata non è la mia posizione personale di riformista, ne il motivo della mia critica al “mito tedesco”.  Vediamo due punti. Il primo è che la socialdemocrazia tedesca non è keynesiana. Ovvero non sostiene la propria domanda, produce grandi avanzi commerciali che sono il deficit e lo squilibrio di qualcun’altro. Se lo fa un piccolo Paese bene. Ma se lo fa un gigante destabilizza tutti quelli alle spalle dei quali cresce. Per esempio, sono le banche tedesche che hanno finanziato i boom economici spagnolo o dell’Europa dell’est ai quali le imprese tedesche vendevano le loro merci. Quel modello forse fa bene ai tedeschi, ma meno al “sistema”. In secondo luogo, per rispondere agli inviti di Sacconi e Tremonti alla pace e alla moderazione salariale, non si può non considerare la diversa “qualità” della nostra borghesia. Che produce  Bava Beccaris, Mussolini, Berlusconi. Che salari vuoi moderare in Italia: quelli da 1300 euro in fabrica? Da noi la concertazione salariale è stata sinonimo di grandi fregature. Avete presente l’operaio di Altan con l’ombrello?
 
Quindi niente Germania?
Da quel sistema abbiamo moltissimo da imparare. Un esempio? Quella strana abitudine di rispettare tutti le regole.   
 

 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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