Marea nera, la lunga e difficile strada verso la verità
STATI UNITI. Proseguono le udienze per determinare le responsabilità dettagliate del disastro. Dai carteggi appare chiaro che nessuna delle due principali compagnie coinvolte sta giocando una partita pulita.
Procedono i lavori per rimuovere il Blowout preventer (Bop), la valvola di contenimento che non è entrata in funzione lo scorso 20 aprile per bloccare la fuoriuscita di petrolio dal pozzo della piattaforma Deepwater Horizion. La rimozione è finalizzata allo svolgimento dell’inchiesta sull’incidente, che ha causato 11 morti e la più grande catastrofe ambientale degli ultimi anni. Al suo posto ne verrà posizionato uno nuovo, in attesa che venga completato il pozzo di emergenza, la cui entrata in funzione è stata posticipata al 7 settembre. Il mese di ritardo è dovuto a vari problemi tecnici e alle condizioni meteorologiche avverse. Secondo i tecnici della Bp, ormai mancherebbero solo 15 metri per intercettare il pozzo principale.
Mentre si è in attesa di conoscere i risultati delle analisi del Bop, che verranno svolte dal Dipartimento Usa di giustizia, proseguono le udienze per determinare le responsabilità dettagliate del disastro. Dai carteggi appare chiaro che nessuna delle due principali compagnie coinvolte, la Transocean Ltd., proprietaria della piattaforma, e la Bp, sta giocando una partita pulita. Ripensamenti, dichiarazioni a metà e dita puntate vicendevolmente stanno caratterizzando l’istruttoria su disastro del Golfo. Transocean ha recentemente inviato una lettera ad alcuni funzionari della Casa Bianca, accusando la Bp, «di voler nascondere dati fondamentali per l’inchiesta».
La compagnia inglese, che sostiene che l’incidente sia legato alla pessima qualità del pozzo e delle tecnologie usate, il Blowout preventer in particolare, ha solamente concesso che un certo grado di responsabilità lo hanno avuto i suoi tecnici presenti sulla piattaforma prima dell’esplosione. Rimangono invece perplessità sul funzionamento della catena di comando il giorno dell’incidente. Lo scorso 27 agosto la commissione incaricata di far luce sul disastro ha perso la pazienza.
«Ci sono talmente tanti vice-presidenti qua che non riesco a tenere il conto» ha dichiarato Hung Nguyen, capitano della guardia costiera e capo della commissione di inchiesta «tutti hanno risposto “non sono responsabile”». La patata bollente dunque passa veloce di mano in mano. Numerosi ingenieri e manager si sono appellati al quinto emendamento, secondo il quale nessuno può essere obbligato a testimoniare contro sé stesso, per evitare le commissioni d’inchiesta, rallentando notevolmente le indagini. E i cittadini temono che non sia fatta giustizia.
Continuano intanto le indagini scientifiche sull’impatto ambientale, divise tra chi sostiene che il petrolio è scomparso, e chi, come il mensile Mother Jones ha raccolto opinioni via Sms scoprendo che «tutti pensano che il petrolio è ovunque». Sul fronte sanitario il dipartimento di Salute pubblica dell’Alabama ha registrato che ben 197 residenti nel solo Paese hanno avuto malattie gravi negli ultimi mesi legate gli effetti del petrolio.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






