Nuove strategie dopo la crisi
ECONOMIA. Secondo la ricerca di Global Compact, condotta tra oltre 750 top manager nel mondo, la recessione ha imposto nuovi valori e determinato la necessità di riorientare i comportamenti aziendali.
Per gli ottimisti inguaribili che cercano qualche elemento positivo nella crisi attuale eccone uno: il tema ecologico e quello etico hanno guadagnato importanza nelle strategie aziendali. I temi della sostenibilità ambientale saranno infatti l’elemento determinante per il core business delle aziende nei prossimi dieci anni. A sostenerlo sono i risultati della più vasta e approfondita indagine condotta finora sul ruolo della sostenibilità tra gli amministratori delegati di aziende di tutto il mondo. Oltre 750 gli intervistati, appartenenti a un centinaio di Paesi (per l’Italia Alessandro Profumo, Fulvio Conti e Paolo Scaroni) e a 25 differenti settori economici. L’indagine è stata condotta da Global Compact delle Nazioni Unite (network che unisce governi, imprese, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni sindacali e della società civile, con lo scopo di promuovere su scala globale diritti umani, ambiente e lavoro).
Secondo la ricerca, la crisi economica, nonostante gli effetti nefasti sull’economia mondiale, ha contribuito a elevare il ruolo della sostenibilità e dell’etica come generatore di fiducia nelle aziende (lo sostiene l’83% degli intervistati); 93 manager su 100 ritengono che i temi della sostenibilità saranno «Cruciali per il futuro stesso delle aziende». «Brand, fiducia e reputazione» saranno quindi i tre pilastri sui cui fondare le prossime strategie. La crescita del fatturato e la riduzione dei costi sono al secondo posto con il 44%.
Per il 96% dei responsabili d’azienda, quindi, le tematiche della sostenibilità dovrebbero essere completamente integrate nella strategia di delle società e secondo le previsioni, per l’80% nel campione, questo avverrà in non più di 15 anni nella maggior parte della aziende del mondo.
Uno dei principali elementi di sviluppo per il futuro successo delle rispettive aziende – continua la ricerca - è l’educazione per il 72%, seguita dal cambiamento climatico per il 66%.
Elemento, quest’ultimo, preso sul serio a tal punto che il 91% dei manager ha segnalato la disponibilità delle rispettive aziende a impiegare nell’arco dei prossimi cinque anni nuove tecnologie (come le energie rinnovabili). Per quanto riguarda altri elementi: il 58% identifica nei consumatori uno dei tre principali gruppi di “portatori di interessi” (stake holder), il 15% ha indicato nelle organizzazioni non governative uno degli stake holder più importanti. Nonostante la rilevanza della collaborazione, però, le ong sono scese nella graduatoria della considerazione rispetto al 27% del 2007.
Tra gli ostacoli principali all’attuazione delle nuove strategie ambientali – secondo i chief executive – c’è la complessità dei processi attraverso le varie funzioni aziendali.
Se questo riguarda il fronte culturale e valoriale, sul terreno pratico restano i problemi tipici della crisi economica: le riconversioni tecnologiche costano. E in recessione le aziende cercano piuttosto risparmi. Un contrasto che continua ad andare a sfavore dell’ambiente su scala globale.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






