Progresso senza memoria
DOSSIER. La tecnologia non preserva i nostri ricordi? Il problema della conservazione dei prodotti digitali.
Di ritorno dalle vacanze ci ritroviamo, oltre ad una valigia di panni sporchi e pieni di sabbia, centinaia di foto che immortalano i momenti più belli della nostra estate. Centinaia di foto contenute in piccole schede di memoria, sempre più piccole e sempre più capienti. I più volenterosi copieranno tutte le foto sul proprio pc, i più “connessi” caricheranno le foto più belle sui social network e ammorberanno i propri amici digitali affinché guardino i propri album e segnalino gli scatti più belli con un “mi piace” (su questo aspetto non è cambiato molto dalla serate dei primi giorni di settembre passate a casa degli amici, sapendo che ad un certo punto, dopo la cena, è inevitabile tirare fuori gli album di foto o il proiettore con le diapositive delle vacanze appena concluse).
Ma fra un anno, dopo l’estate 2011, che fine avranno fatto tutte le foto scattate fino a pochi giorni fa? Il problema della conservazione a lungo termine dei prodotti digitali non è per nulla una questione banale. La questione dello stoccaggio dei dati è un problema di non facile soluzione su cui le più importanti società dell’Ict investono ingenti risorse. Se da un lato l’hardware per la conservazione dei file è sempre più capiente e sempre più economico, è anche vero che proprio per questo si producono sempre più file e di dimensioni sempre più grandi.
Oggi un hard disk da un terabyte (mille miliardi di byte, pari a circa 1400 cd rom) costa poche decine di euro, solo 15 anni fa il massimo di capienza acquistabile era un floppy disk da 1,4 megabyte (ci vogliono più di 500 floppy per eguagliare la capienza di un cd). Con questo sviluppo vertiginoso della tecnologia di stoccaggio sembrerebbe risolto il problema del salvataggio dati, invece la questione si fa sempre più complicata. Ritorniamo alle nostre foto dell’estate 2010. Un papà che vorrà conservare le foto del primo bagnetto in mare del figlio neonato, per fargliele vedere quando avrà 10 anni, dovrà comportarsi da maniaco della conservazione e della catalogazione.
Il primo passo, come abbiamo visto, è quello di salvare le foto sul pc o su supporti esterni. Ma è quantomeno inverosimile che qualcuno utilizzerà o avrà ancora integro fra 10 anni il computer che possiede oggi. Se decidiamo di conservare le nostre foto su un hard disk esterno, si incorre in due potenziali rischi: da un lato la possibilità che l’hard disk si rompa, dall’altro che lo standard di connessione utilizzato oggi non sia più esistente il giorno che nostro figlio sarà abbastanza grande per apprezzare la verve fotografica del padre.
Terza possibilità di stoccaggio è la conservazione su supporti come cd rom, dvd e simili. Anche in questo caso la durata del supporto non consentirebbe una conservazione a dieci anni delle nostre foto. Ci sono pochi studi in merito, ma in molti concordano nell’indicare intorno ai 7 anni la vita di un cd masterizzato con tecnologie domestiche. Considerando tutto ciò, l’unico modo per conservare le foto per un medio-lungo periodo è quello di stoccarle in più supporti e di natura differente (ad esempio copiarle sia su cd rom che su hard disk) per ridurre al minimo i rischi di perdita dei dati, e poi ricordarsi periodicamente, circa ogni 3-5 anni, di fare nuove copie su i nuovi supporti che la tecnologia ci fornirà.
Come è chiaro a tutti, la maggior parte delle foto scattate queste estate andranno inesorabilmente perse e i nostri figli non vedranno mai l’immagine del loro primo giorno a mare. A voler essere nostalgici si potrebbe dire che chi ha più di venti anni ha sicuramente visto la suo prima foto a mare stampata con colori sbiaditi e conservata a casa dei genitori con tutte le altre foto di famiglia.
Con la vecchia tecnologia analogica di foto se ne facevano poche, molto poche rispetto a quelle che si scattano oggi, ma sicuramente avevano vita lunga. Ma la questione della conservazione non è legata solo alla differenza fra supporto cartaceo e digitale, fra atomi e bit, è soprattutto legata alla quantità di informazione. Se poche foto si potevano conservare bene e a lungo, lo stesso non si può fare con le centinaia di foto che scattiamo di continuo. Per tornare al nostro esempio, un bambino di oggi non vedrà mai le migliaia di foto che immortalano praticamente ogni momento della sua crescita, mente fino a pochi anni fa un bambino con un padre particolarmente appassionato di fotografia arrivava ad avere al massimo un centinaio di foto, dalla nascita al giorno della prima comunione che sono ancora oggi gelosamente conservate fra i ricordi di famiglia.
Si potrebbe obbiettare che basta stampare tutte le foto per non incorrere nel rischio di perderle, così facendo però, abbiamo aggirato l’ostacolo ma non abbiamo risolto il problema. Convertire il digitale in cartaceo significherebbe decretare il fallimento della mondo contemporaneo in cui siamo immersi e di cui non possiamo fare più a meno. La questione della conservazione dei contenuti digitali, anche negli aspetti più banali, ci mette quindi drasticamente di fronte ad uno dei paradossi della rivoluzione digitale: se da un lato abbiamo la possibilità di immortalare qualsiasi istante in più forme e con differenti media, d’altra parte però non abbiamo una memoria adeguata per convertirlo in storia.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







