Pubblicità regresso
PARABOLE. In "libreria Il libro nero della pubblicità", il vademecum definitivo per capire (e difendersi da) il quotidiano bombardamento di spot e messaggi promozionali.
L'imbarbarimento progressivo di costumi, pratiche sociali, forme di comunicazione della nostra epoca plutocratica ha un principale imputato, l’«azionista di maggioranza» degli stili di vita “occidentali”, ovvero quella bestia attraente e complessa che si chiama semplicemente pubblicità.
Capace di condizionare tutto, dai palinsesti televisivi al primo gesto che facciamo al risveglio. Questa forma di potere diventa talmente macroscopica da trasformarsi rapidamente in prepotenza, già all’alba della comunicazione di massa, stabilendo un atteggiamento che non è mai venuto meno nel corso dei decenni, nemmeno quando sono stati creati i primi Istituti di autodisciplina, né quando campagne sociali hanno portato a una collettiva “ripulita” della coscienza.
Premessa l’intelligenza e la genialità dei più epocali testi pubblicitari, nessun dubbio sulle contraddizioni del mestiere, giacché il titolo-slogan Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario risponde a uno dei volumi più noti e veritieri su questo campo, scritto ormai 40 anni fa dal guru francese Jacques Seguela. Un libro non meno istruttivo è quello pubblicato dalla casa editrice Iacobelli, inequivocabilmente intitolato Il libro nero della pubblicità. Sottotitolo parimenti roboante: Potere e prepotenze della pubblicità sul mercato, sui media, sulla cultura.
Il vademecum di autodifesa ai messaggi, sottili o urlati, prodotti dal mondo della pubblicità è firmato da Adriano Zanacchi, docente universitario ed autore di numerosi testi sul tema, nonché membro per anni del consiglio direttivo dell’Istituto italiano di autodisciplina pubblicitaria. Il suo ultimo lavoro, che possiamo considerare un’opera definitiva, mette in fila tutto quello che è stato detto e scritto sul controverso supermarket pubblicitario: dalla sua influenza su ogni nostro atteggiamento alla mercificazione dei corpi e dell’immagine della donna, dall’impoverimento culturale alla cattiva educazione imposta ai bambini dal bombardamento di spot.
Casi su casi, proposti insieme a inserzioni e manifesti simbolo, che arrivano ai nostri volgari giorni senza tabù, ma partendo da lontano, anzi lontanissimo, da quando Immanuel Kant ne La pace perpetua sottolineava l’origine “buona” della parola pubblicità, che stava a indicare la conoscenza pubblica, base dell’etica e del diritto. Principi di cui purtroppo si sono perse le tracce.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







