Quale futuro per la biodiversità
ANTEPRIMA. Viene presentata oggi a Milano l’opera Utet "Ecosphera". In sei volumi, curati da Niles Eldredge e Telmo Pievani, i saggi di 250 esperti internazionali di temi ambientali. Tra cui l’astronauta Umberto Guidoni e il genetista Marcello Buiatti.
«La Terra vista dallo spazio è uno degli spettacoli più affascinanti. Lo spazio è nero e vuoto, il nostro pianeta porta un improvviso tocco di colore. È la macchia cromatica più intensa che si vede da lassù». Il fisico e astronauta dell’Esa (Ente spaziale europeo), Umberto Guidoni, è uno dei 250 autori di livello internazionale appartenenti a diversi campi di studio (dall’ecologia, all’economia, alla demografia, alla geopolitica, alle scienze fisiche, alle scienze della Terra, alla biologia, alla medicina, alla tecnologia) che hanno collaborato alla stesura di Ecosphera, un’opera in sei volumi (4 tematici e 2 dizionari) edita da Utet, che si pone l’obiettivo di diffondere la cultura dell’ambiente in Italia.
Il progetto viene presentato oggi a Milano (ore 12, Casa Museo del Fai) alla presenza dei due direttori scientifici Niles Eldredge, uno dei massimi esperti mondiali di evoluzione e biodiversità, paleontologo all’American Museum di New York, e Telmo Pievani, studioso di evoluzione e docente di Filosofia della Scienza all’Università degli Studi di Milano Bicocca. Tutti gli esperti sono chiamati con i loro contributi a rispondere alla domanda delle domande: verso quale futuro sta andando la Terra? «È significativo che un editore come Utet dedichi al tema dell’ambiente un’opera così importante», osserva Guidoni. che ha firmato nel primo volume il saggio introduttivo delle sezione dedicata alla “Terra come sistema fisico e biologico” dal titolo Terra, arancia blu. «Per quanto mi riguarda hanno pensato che potesse essere utile il punto di vista di qualcuno che Gaia l’ha osservata da un’angolazione particolare. Lo spettacolo dallo spazio è meraviglioso - aggiunge - ma non ho raccontato solo impressioni positive. Al di là della bellezza di questa “arancia blu” (l’azzurro prevale, ma in realtà il nostro pianeta ha tutta una serie di sfumature di colore) ho potuto osservare molte delle ferite che l’attività dell’uomo ha lasciato sulla crosta terrestre».
Secondo il responsabile Ricerca e innovazione di Sinistra, ecologia e libertà, l’osservazione dallo spazio può aiutare a curare queste ferite. «Sono convinto che dai satelliti per l’osservazione della Terra possono arrivare informazioni sempre più precise e determinanti per la soluzione dei grandi problemi legati all’inquinamento, alla devastazione delle risorse, alle calamità naturali». Non solo. Anche la salvaguardia della biodiversità può ottenere benefici da un miglior utilizzo delle tecnologie spaziali. «C’è un progetto dell’Agenzia spaziale europea - ricorda Guidoni - che si occupa del monitoraggio degli habitat naturali (come ad esempio le barriere coralline) e delle colture. Attraverso l’analisi spettrografica sarà possibile verificare il loro lo stato di salute oppure, nel caso delle coltivazioni, il consumo d’acqua». La prevenzione della desertificazione, uno dei punti più critici dell’agricoltura in questi anni, potrebbe essere risolto tramite un’analisi comparata dei dati che vengono dallo spazio.
Di biodiversità da un punto di vista più “terreno” si occupa il genetista del dipartimento di Biologia evoluzionistica all’Università degli Studi di Firenze, Marcello Buiatti. È suo il saggio nel secondo volume, sezione “La crisi della diversità, biologica e culturale”, dal titolo Il crollo della biodiversità. «L’opera Utet ha il pregio fondamentale di dare una visione integrata della vita sul nostro pianeta», nota Buiatti. «Purtroppo - prosegue - sempre più spesso prevale un’ impostazione meccanicistica dell’organizzazione della vita. Come se gli esseri viventi fossero indipendenti l’uno dall’altro, come se le singole molecole che compongono gli organismi viventi fossero indipendenti tra loro e così via. Come se, in definitiva, la vita fosse assemblata come una macchina. Al contrario - spiega il genetista - la vita è una gerarchia di reti che interagiscono tra di loro. Dalla rete di cellule, a quelle di microrganismi, di organismi, di ecosistemi, fino alla biosfera, la rete che compone l’intero sistema (solo per citarne alcune), sono tutte integrate tra loro. Ossia, non c’è solo interazione tra gli organismi di una singola rete ma anche tra organismi di due sistemi diversi. Pertanto il cambiamento o la perdita di un singolo elemento inevitabilmente ha delle ricadute sugli altri organismi».
Questo spiega l’importanza della salvaguardia degli ecosistemi, all’interno dei quali il bene più prezioso è la biodiversità. In base alle leggi evoluzionistiche, è la diversità tra i singoli elementi biologici che compongono un ecosistema, infatti, a mantenerlo in vita. E la sua salvaguardia, secondo il genetista, dipende da una visione globale della questione ambientale. Una visione che metta “in rete” la cultura, l’economia, la ricerca scientifica, abbattendo le barriere di incomunicabilità che si sono create negli ultimi anni tra le diverse discipline. Bisogna fare in fretta. «Siamo di fronte alla massima estinzione della diversità che si sia mai verificata sulla Terra», avverte Buiatti.
«A differenza delle altre estinzioni, come quella dei dinosauri, la nostra epoca è segnata dalla scomparsa di organismi a una velocità mille volte maggiore. Stiamo rapidamente perdendo un numero elevatissimo di elementi delle diverse reti ecosistemiche». Su un albero della foresta amazzonica vivono 190 specie. Se la pianta muore con esso scompare sia quello che vive sopra il fusto che sotto le radici. «L’accelerazione della scomparsa è di tipo esponenziale - conclude il genetista -. Ogni danno che noi provochiamo (con i pesticidi, la deforestazione, l’inquinamento e così via) ne causa a sua volta decine, centinaia di altri. Tutto è funzione della mentalità meccanicistica per cui noi pensiamo di essere così bravi da poter modellare ogni singola parte di mondo a nostro piacimento senza doverne pagare le conseguenze».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







