Quel treno affollato che chiamano sviluppo
REPORTAGE. A bordo del convoglio K651 dal Guanxi fino al popoloso Sichuan. Tra pendolari, studenti squattrinati e anziani contadini. Il caldo è soffocante, i vagoni strapieni. Ed è difficile anche trovare posto per i piedi.
ll treno come metafora dell’economia. Invece di investimenti, settori strategici e bilance commerciali, vagoni dietro vagoni portati da locomotive che accelerano improvvisamente o si fermano bruscamente, danneggiando la nazione in viaggio sulla strada dello sviluppo. Una metafora che fa riflettere quando nella stazione della città di Yantai, sulla sponda cinese del Mar Giallo, un contadino ben oltre la mezza età, con pochi denti marci in bocca e un bagaglio enorme di tela di juta da trasportare, si mette a far domande spinto dalla curiosità. «L’Italia è un Paese già sviluppato, vero? La Cina invece è ancora in via di sviluppo», dice con ovvietà, seduto in un edificio ben più moderno di metà delle stazioni ferroviarie europee. La parola Italia gli dice poco, sa che è un posto ricco in qualche angolo del mondo e nulla più. Ma è perfettamente cosciente dei limiti della propria nazione, la più popolosa del mondo, perché non è con i marmi lucidi per terra o con le saponette profumate nei bagni che si cambia la sostanza di un Paese.
Per meglio comprendere bisogna viaggiare in treno da Guilin a Chongqin, spostandosi dalle valli spettacolari del Guanxi settentrionale fino al popoloso e produttivo Sichuan. Non con il treno comodo e veloce dei borghesi ricchi, magari in cuccetta climatizzata, ma con il K651, quello degli studenti squattrinati e dei pendolari, quello dei contadini dai denti marci che non sanno dov’è l’Italia. Bisogna far questo per scoprire cosa significa trascorrere venti ore su un sedile duro dallo schienale dritto come lo squadro di un muratore, facendo a turno con tutti quelli che non hanno trovato posto a sedere in un valzer silente di egoismo e solidarietà. Il vagone ha un limite di 127 passeggeri ma si viaggia in duecento e oltre. Chi è in piedi desidera sedersi. Chi è seduto ha bisogno di sgranchirsi le gambe e la schiena.
Di tanto in tanto ci si cambia di posto e nella confusione sovrana capita di ritrovarsi seduti in quattro dove in teoria ce ne starebbero due. Il budello stretto tra i sedili è un’autostrada a due corsie, affollatissima, sulla quale ci si sposta in continuazione per andare al bagno, a cercare da bere, da mangiare, da fumare. La calura è a tratti soffocante, appena mitigata da una serie di piccoli ventilatori montati in alto. Passano spingendo uomini grassi a torso nudo, a volte completamente bagnati di sudore, altri invece mostrano solo il ventre tenendo la maglietta arrotolata fin sotto le ascelle secondo il costume nazionale. C’è che si accovaccia su minuscoli sediolini da spiaggia, spargendo sul pavimento bagagli e mercanzie che ostacolano l’andirivieni continuo. Ci sono momenti che è difficile trovar posto per i piedi. Eppure ogni mezz’ora passa il carrellino del bar con bibite, biscotti e confezioni di spaghetti istantanei offerte al triplo del prezzo normale, che costringe tutti a comprimersi ulteriormente, gli uni sugli altri senza pudore. Viaggiano in queste condizioni contadini sdentati, ragazze eleganti e bambini piccoli, in maggioranza maschi.
Nelle campagne partorire una femmina è ancora segno di sventura e, sebbene sia vietato ai dottori comunicare il sesso del nascituro, è pratica comune farselo dire a suon di bigliettoni e abortire nel caso sfortunato. Su un comparto del vagone si vede un’intera famigliola, madre, padre, zia e neonato. Il bimbo non piange mai, poppa e beve senza sosta per tutta la durata del tragitto e per urinare semplicemente apre le gambe e la fa per terra attraverso lo spacco dei pantaloni. Nessuno se ne lamenta, in un vecchio film di Comencini il bravo Lino Murolo la chiamava “pipì d’angelo”. Ogni tanto poi passa l’inserviente che pazientemente spazza e lava il pavimento, portando via gli eccessi di tanta umanità.
Venti ore trascorse così e la modernizzazione della Cina appare veramente lontana da un’idea compiuta di sviluppo. Il K651, sia chiaro, non è una tremenda eccezione. Alla stazione di Pechino, decorata da decine di hostess elegantissime che non parlano una parola d’inglese, passare ai cancelli è una battaglia senza esclusione di colpi in una calca da stadio veramente pericolosa. Sul treno verso Nord si viaggia pressati come sardine, c’è chi siede alla meglio sui consueti sgabelli da spiaggia e chi si appoggia dove può, accasciato per ore su gambe e braccia di perfetti sconosciuti. Qualcuno dorme steso sopra un letto di giornali davanti all’uscita. La gente chiacchiera, gioca a carte o a dama, mangia e getta in terra di tutto, dalle confezioni unte di cibo alle bottiglie di plastica, mentre il tempo passa lentamente.
Due inservienti attraversano il vagone su e giù, incuranti del formicaio umano, e poco prima dell’arrivo spazzano il pavimento, portando via i resti evidenti di quattordici ore di colazioni, pranzi e merende. Nel convoglio da Changchun a Harbin, nella testa della gallina, si bivacca come in un accampamento militare. Vi sono intere famiglie che consumano pasti da matrimonio, gente che dorme per terra, tra i sedili o addirittura sotto i sedili, su materassi di giornali che coprono le centinaia di scaracchi rituali. Il notturno che parte da Guangzhou potrebbe essere comodo, se non fosse per la climatizzazione a palla in cuccetta e per una radio maledetta a volume da bar che si interrompe solo tra la mezzanotte e le sei del mattino.
Tra Chongqin e Chengdu viaggia invece un locale per pendolari veramente moderno, comodo e ben climatizzato. Un altoparlante sulla destra offre musica pop senza sosta, un altro altoparlante sulla sinistra riversa sui passeggeri spot pubblicitari e informazioni dalla direzione mentre squadroni di inservienti/venditori armati di microfoni offrono performance da imbonitore televisivo con cibi e giocattolini di ogni sorta. Le tre voci si combattono a suon di volume e dopo sei ore rimane solo un gran mal di testa. Forse il contadino con i denti marci non sa che il treno cinese corre più veloce di tutti. La Cina non è ancora la più grande economia al mondo ma lo diventerà. Supererà quest’anno il Giappone, secondo in classifica da qualche decennio, e raggiungere poi gli Usa sarà solo questione di tempo. Ma è un treno che, come il K651, non è né comodo, né sicuro. La ricchezza c’è, i binari sono tracciati, ma la distanza da qui allo sviluppo è ancora lunghissima da percorrere.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







