Rabbia precaria
MOBILITAZIONE. Dormono all’addiaccio e rifiutano il cibo. Da Palermo a Milano il mondo della scuola adotta forme estreme di protesta.
Maria Carmela Salvo viene da Palermo, ha 55 anni e una vita da insegnante precaria alle spalle. Ieri ha parcheggiato la sua utilitaria in piazza Maniago a Pordenone, città in cui ha lavorato per gli ultimi 5 anni, ed è lì che ha passato la notte. Maria Carmela Salvo è disperata: ha un marito disoccupato e una figlia con un contratto a termine in un call-centre. Maria Carmela Salvo non ha scelta. Alla sua età non è ancora riuscita a diventare di ruolo e la contrazione delle cattedre le ha impedito di ottenere un incarico annuale.
«Non mi resta che fare lo sciopero della fame e dormire in auto fino a quando non avrò una cattedra - dice -. La scuola è diventata una macelleria di precari e la riforma Gelmini la sta distruggendo». La donna, originaria della Sicilia, non è stata che l’ultima in ordine di tempo ad aderire allo sciopero della fame per denunciare lo stato di salute dell’istruzione. I primi precari ad avviare il digiuno sono stati quelli di Palermo, seguiti da Taranto, Roma e Benevento. Anche a Milano, in quattro, hanno deciso da ieri di rifiutare il cibo.
Cristina Virardi (insegnante di lettere alle medie, 29 anni, di cui tre da precaria), Alessandro Risi (professore di latino e greco di 37 anni, otto da precario), Davide Bondesan (insegnante di latino e greco di 28 anni, precario da tre) e Miriam Petruzzelli (insegnate di sostegno di 34 anni, da sei precaria) chiedono «non solo la difesa dei posti di lavoro ma una scuola pubblica statale di qualità. Siamo contrari a ogni ipotesi di smantellamento, regionalizzazione o ingresso dei privati- spiegano -. Vogliamo il ritiro dei tagli previsti dalla legge 133 e il reintegro dei finanziamenti».
Anche loro per protestare dormiranno accampati nelle tende e in una roulotte davanti al provveditorato. «La scuola pubblica è alla frutta e i precari della scuola alla fame». Lo slogan milanese non lascia spazio a dubbi. La protesta si sta allargano a macchia d’olio. In tanti si si preparano alla mobilitazione generale.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







