Toghe, profondo rosso
GIUSTIZIA. Si parla ogni giorno di processo breve ma i fondi promessi da Alfano non sono ancora arrivati. A Napoli i pm sono costretti a pagare la benzina, a Palermo carta e toner, mentre a Torino mancano i cancellieri.
La maggioranza si affanna da mesi per trovare una quadra sul processo breve. Il ministro Alfano lo racconta ai giornalisti come il vero e unico remedium malorum della giustizia italiana. Prova a convincere i finiani promettendo nuovi fondi. Ma Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ha fatto ricorso ieri ai numeri per spiegare che l’emergenza in realtà sta da un’altra parte: «In Italia ci sono circa 9 milioni di procedimenti giudiziari in corso. Questa è la vera questione che secondo noi la politica dovrebbe affrontare».
Un carico di lavoro, che viene fronteggiato ormai con mezzi quasi di fortuna. Alla procura di Napoli sono i magistrati a dover rifornire di benzina le automobili di servizio; a Palermo comprano la carta e il toner per le stampanti; a Enna è rimasto un solo pm, Calogero Ferrotti, che per questo motivo a dicembre ha rimandato il pensionamento; a Treviso gli organici sono talmente al minimo che è stato l’Ordine degli avvocati a minacciare lo sciopero se non si provvede a nuove assunzioni; e nelle altre le procure di Italia la situazione non è migliore: chi va in pensione solo raramente viene sostituito.
Criticità che divengono ingestibili alla luce del dato che Palamara faceva presente: l’Italia è in Europa lo Stato con il più alto numero di processi. Sono pendenti 5,5 milioni procedimenti civili e 3,2 milioni nell’ambito penale.Da qui nascono i dubbi dei giudici italiani sulla possibilità che il processo breve possa portare davvero lenimento alla situazione dei tribunali italiani. Nelle ultime due finanziarie del governo Berlusconi i soldi destinati alla giustizia sono sistematicamente diminuiti. Alfano, a metà agosto, aveva però annunciato di aver trovato la soluzione: «Grazie alle proprietà confiscate alla mafia e confluite nel Fondo unico della giustizia copriremo i tagli effettuati nelle ultime manovre. In questo modo, il ministero della Giustizia e il ministero dell’Interno saranno cosi sostanzialmente esenti da tagli», fu la promessa del guardasigilli cui si aggiunse quella sugli stanziamenti d’emergenza a copertura della riforma del processo breve.
A distanza di un mese le cose non sembrano essere cambiate molto. Il procuratore di Napoli Giandomenico Lepore lancia l’allarme: «Siamo ridotti all’osso. Non abbiamo più i soldi nemmeno per pagare la benzina delle auto blindate. Il ministro parla di fondi per far partire il processo breve, ma io credo che in questo momento è più importante pensare alle spese essenziali per far andare avanti i procedimenti ordinari. Se partisse ora la riforma che ha in mente Alfano, noi saremmo ancora più lenti e più in emergenza di quanto non lo siamo ora».
Stessa situazione a Palermo, il sostituto procuratore Antonio Ingroia racconta infatti: «Non siamo alla bancarotta ma ci siamo molto vicini. Ormai ci troviamo costretti a pagare i trasferimenti di tasca nostra, i rimborsi sono fermi da anni. Dobbiamo economizzare sulla carta, stampanti, toner, pc e fax. Da anni non ci sono i fondi per gli straordinari».
Spostandosi a Nord il disagio non cambia: «Sono pienamente d’accordo - dice il procuratore di Torino Giancarlo Caselli - con le parole di Palamara. Facciamo fatica in ogni settore. Siamo sotto organico in modo drammatico. Ci mancano segretari, cancellieri, il carico di lavoro è diventato per molti materialmente insostenibile. Il processo breve così è stato formulato è una pura espressione verbale. Se non è accompagnato da importante investimenti non è soltanto un progetto velleitario ma punta in realtà a scardindare l’obbligatorietà dell’azione penale».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







