Tutti i limiti alla libertà di contestare le istituzioni
COMMENTI. Fin dove si può estendere l’esercizio di critica e libertà di parola in una democrazia? Gli attacchi dei grillini e del Popolo viola contro Schifani, intervenuto alla festa del Pd, hanno suscitato un vespaio di polemiche.
Fin dove si può estendere l’esercizio di critica e libertà di parola in una democrazia? Gli attacchi dei grillini e del Popolo viola contro Schifani, intervenuto alla festa del Pd, hanno suscitato un vespaio di polemiche. Si trattava di “intimidazioni squadriste”, secondo Fassino. Non andò meglio a Di Pietro, d’altronde, quando tacciò Napolitano di essere come Morfeo. Perché, come sostiene Fini, “il rispetto delle istituzioni è l’abc della democrazia”. La politica istituzionale sarebbe neutra o super partes. Ma è davvero così?
Posto che molti Paesi puniscono il vilipendio delle istituzioni, l’idea di fondo è che le democrazie non solo tollerino ma favoriscano il dibattito verso la politica congiunturale del governo, ma puniscano la messa in discussione di quegli organi o valori che sono fondativi del medesimo regime. In realtà, da questo punto di vista, il ventaglio delle possibilità è molto ampio. La Costituzione repubblicana italiana, ad esempio, non ammette l’apologia del fascismo, mentre in America, in forza del primo emendamento, si può tranquillamente sostenere che Hitler era un filantropo.
Il “nessuno tocchi le istituzioni”, in realtà, ricorda un po’ il biblico onora il padre e la madre. Un principio astrattamente giusto, fin quando, nel ’68, non ci si convinse che anche la famiglia potesse e dovesse essere oggetto di dibattito. Il reato di vilipendio dello Stato si articola su due poli; lo Stato-istituzione e lo Stato-nazione. Con riferimento al primo, la politica istituzionale, imperniata su valori universali erga omnes, sarebbe qualitativamente diversa dalle agende particolari degli esecutivi. E non suscettibile di essere discussa, pena la crisi ontologica dello Stato che, come diceva Bodin, il teorico della sovranità, è come Dio, «esiste perché c’è».
In merito allo Stato-nazione, le istituzioni rappresenterebbero il comune destino di una patria, cioè della terra dei padri; anche in questo caso, emerge la metafora organicista, cioè il rimando alla famiglia. I tuoi legami di fratellanza non possono essere messi in discussione; sono un dato, non un’opinione. A ben vedere, però, i cardini del vilipendio delle istituzioni rimandano a quel sostrato più antico dello Stato, intriso di una concezione fortemente assolutistica, hegeliana e trascendente del potere.
Come le pulsioni ataviche prodotte dal cervello rettiliano, contro la dimensione cosciente della neocorteccia cerebrale. L’idea che la politica istituzionale sia “neutra”, infatti, è stata ampiamente confutata in filosofia politica. Per i marxiani, ad esempio, lo “Stato è il comitato d’affari della borghesia”; per i liberali, le istituzioni rappresentano una burocrazia impersonale che realizza gli interessi dei gruppi di potere che, di volta in volta, sono al comando. Lo stesso concetto romantico di Stato-nazione, basato sullo jus sanguinis, è imploso sotto lo sviluppo dello jus soli e dei diritti di cittadinanza.
L’emergere degli Stati multietnici e pluralisti, per tacere del rinascimento delle “piccole patrie” padane, scozzesi o basche, ha fatto il resto. Allora, bisogna essere chiari. Non sono tollerabili forme di dissenso atte a privare l’interlocutore della libertà di parola. Ma, negli Stati postmoderni, non più “sovrani assoluti” trascendenti, ma laici, pluralisti e pragmatici, non è accettabile che la critica alle istituzioni venga bollata come “lesa maestà”.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






