Un ponte sul Tamigi

Alessia Mazzenga
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TEMPI MODERNI. Da pochi giorni in sala la pellicola del regista francoalgerino Rachid Bouchared. Un racconto intimo e umano che trasforma la tragedia in solidarietà.

Effettivamente alcuni sentendo l’argomento di London River, l’ultimo film del francoalgerino Rachid Bouchared, presentato l’anno scorso al Festival di Berlino e che fece vincere all’attore Sotigui Kouyaté, da poco scomparso, un meritatissimo Orso d’argento, potrebbero storcere il naso e pensare all’ennesima storia d’immigrazione e integrazione banale e piena di buoni sentimenti proposta al cinema negli ultimi anni. Per questo Bouchareb è stato ancor più bravo a riuscire a realizzare una pellicola sincera e a rivitalizzare una tematica non proprio originale. 
 
Nella Londra degli attentati del 7 luglio 2005 Jane e Ali stanno insieme, lei inglese e lui africano, sono una coppia di ragazzi come tanti altri che studia nella multietnica capitale britannica. La straordinaria Brenda Blethyn (L’erba di Grace; Segreti e bugie) è Elizabeth la mamma di Jane che quel  giorno è davanti alla televisione e ascolta allarmata la notizia degli attentati ai mezzi pubblici che provocarono in seguito una serie di esplosioni 56 vittime e 700 feriti. Vivendo nell’isola di Guernsey  al largo della Manica, dopo aver cercato di contattare senza riuscirci la figlia al cellulare, Elizabeth decide di partire per Londra per verificare che tutto vada bene.
 
Anche Ousman, interpretato da un fiero e umanissimo Kouyaté, è nella capitale per cercare suo figlio, di cui non ha più notizie proprio dal giorno degli attentati. Diversi in tutto Elizabeth, diffidente donna della classe media britannica  e Ousaman, uomo vissuto  e altruista emigrato dall’Africa tanti anni prima, non sanno che sono destinati ad incontrarsi o meglio scontrarsi nella ricerca affannosa della rispettiva prole.
 
Anche se il regista si muove per stereotipi (la donna inglese chiusa e diffidente e l’uomo che viene dall’Africa saggio e altruista; l’iniziale  circospezione che poi si tramuta in comprensione) entro cui poteva rischiare di rimanere imprigionato, la grandezza degli interpreti, intensi e  capaci di trasmettere con uno sguardo o con  un certo modo di camminare un’intera esistenza e la scelta di rimanere legato all’intima quotidianità e al privato dei personaggi ha come effetto quello di parlare d’integrazione nel senso più profondo del termine. 
 
Come quando nella diversità dell’altro si scopre un parte dimenticata di noi stessi.      

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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