Vivere e sopravvivere ai bordi della péripherique

Bruno Picozzi
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FRANCIA. Storie di ordinaria povertà a St Ouen, una delle zone più disagiate e meno conosciute di Parigi. Tra giovani attivisti, artisti squattrinati, studenti Erasmus ed immigrati provenienti dal Maghreb e dai Caraibi.

Il 105 di Boulevard Victor Hugo a St Ouen è null’altro che un cancello arrugginito infossato tra palazzi anonimi, su una strada anonima, poche centinaia di metri all’esterno della péripherique di Parigi. Anni fa fu Gabrielle, Gabi per gli amici, a scoprire il portone d’ingresso lasciato socchiuso dal passaggio dei ladri. Una spallata e ai suoi occhi si aprì un tesoro di locali vuoti e abitabili, abbandonati ma con elettricità e acqua corrente, pronti per essere occupati e messi a disposizione del quartiere. Il piccolo complesso appartiene ancora oggi alla Sncf, le ferrovie francesi, che tempo addietro l’avevano concesso in affitto alla Croce Rossa.
 
Poi in tutta la zona circostante è stato avviato un vasto progetto di riqualificazione urbanistica. Una vasta area cadente e malmessa, covo di povera gente, si sta trasformando in una sorta di quartiere residenziale modello con stradine ridenti, grossi edifici commerciali, giardinetti, statue, aree per i cani e una moderna stazione della Rer, il comodo treno metropolitano che collega le varie periferie al centrocittà. La riqualificazione del quartiere si ferma ad appena cento metri dal cancello arrugginito del numero 105.
 
Nel disegnare il progetto nessuno forse ha avuto il coraggio di toccare la sede della Croce Rossa, che nel frattempo si era già trasferita altrove, e i locali dimenticati dalle ferrovie sono poi caduti preda di ladruncoli ed eroinomani. In Francia però è tradizione occupare gli spazi privati in disuso e riorganizzarli in squat, valvola di sfogo alla precarietà e allo stesso tempo occasione di espressione artistica a beneficio della collettività. Giovani attivisti entrano negli edifici abbandonati e subito dopo vanno a denunciarsi alla polizia perché, benché non-legale, lo squat è un’istituzione sociale. Fu così che, stufa di pagare cifre astronomiche per affittare buchi pidocchiosi di pochi metri quadri, la giovane studentessa prese le sue cose e si trasferì nei nuovi appartamenti al centro del suo quartiere di origine, St Ouen. 

 
Piccola e chiacchierona, Gabi è convertita musulmana ma è francese con antenati francesi. Caso raro in questo quartiere dove i volti e gli accenti provengono piuttosto dai Caraibi, dal Maghreb, dall’Africa subsahariana. Il colore prevalente, non serve dirlo, è il nero. Immigrati di prima, seconda e terza generazione riempiono le strade, alcuni in giacca e cravatta, altri nei vestiti tradizionali, mentre all’uscita della vicina scuola elementare i bambini si mescolano come le pedine chiare e scure su una scacchiera. Lo scorso 8 maggio, in occasione delle celebrazioni per la fine della Seconda guerra mondiale, sulla piazza del comune non c’erano foto dei partigiani maquis ma uno stand con immagini e iscrizioni sul processo di abolizione della schiavitù ad Haiti.
 
Mucchi di ambulanti sopravvivono in strada offrendo ai passanti giocattolini in plastica, qualche chilo di frutta e chissà cos’altro. La merce più venduta non è quella sparsa sui marciapiedi. Dappertutto si respira disagio, povertà e malaffare. St Ouen è ai confini di Seine-Saint Denis, sesto dipartimento più popoloso di Francia, tasso di povertà al 18 per cento, una delle banlieues teatro a fine 2005 di una rivolta popolare motivata dal malessere e dall’esclusione della gioventù.
 
Il luogo dove Dominique de Villepin, allora primo ministro, avrebbe voluto sbaragliare le «bande di teppisti criminali» che infestano le periferie. Il luogo dove Sarkozy, attuale presidente della Repubblica, andò a marcare il territorio lo scorso aprile, dichiarando guerra totale all’illegalità e alla droga. «La Repubblica non arretrerà di un millimetro», affermò alla presenza del suo ministro degli Interni Hortefeux. «Nessun comune, nessun quartiere, nessun edificio di Seine-Saint Denis potrà sfuggire all’autorità della legge». Il 105 di Bd Victor Hugo non fa testo.
 
Nonostante la volontà e l’impegno di Gabi, gli ampi locali divorati dall’incuria continuano a celare illegalità, indigenza e un notevole cumulo di storie umane. Nell’edificio basso a sinistra dell’ingresso abitano una decina di persone. Un paio di studenti Erasmus che, con 200 euro di borsa di studio e privi dell’aiuto di papà, a Parigi non possono permettersi nemmeno la più squallida delle stanze. Un rasta della Guadalupa che si gingilla senza obiettivi tra il suo amore per il reggae e i vari figli capitati qui e là. Un musulmano tradizionalista nato in Francia e scappato per miracolo dalla guerra civile nel Nord dello Yemen. 
 
Un vecchio artista caraibico, checonosce Caravaggio e il freddo delle strade in Italia, e dipinge quadri in toni di blu su vecchi stipiti abbandonati. Poi qualche disoccupato, qualche disilluso, quelli che in Francia vengono chiamati sdf, i “senza fissa dimora”. Per dormire, anche in tanta precarietà, bisogna comunque pagare. 50 euro per il ripostiglio, capiente e alto abbastanza da metterci un materasso sospeso su una scrivania. 150 euro per una stanzetta minuscola con finestra e divano. Per una stanza di circa 20 metri quadrati, con disimpegno e finestre rotte, ci vogliono 300 euro.
 
A Berlino con la stessa cifra si affitta un appartamento di due vani con bagno e cucina. I soldi li raccatta la gang locale che gestisce, si fa per dire, gli ampi spazi dall’altro lato dell’ingresso, dove ancora abita Gabi con altri personaggi inspiegabili. Lei, con Aurélien e altri attivisti, aveva aperto lo squat per farci laboratori di musica, di pittura, di cucina, di ricerca sociale. Poi è arrivato “il quartiere” e senza far troppe cerimonie si è impadronito di tutto. In quello che avrebbe dovuto essere lo spazio per le percussioni c’è un’attrezzatura completa per body building, la sala per le esibizioni è un deposito di oggetti di dubbia provenienza e un gruppetto di giovani col cervello nei muscoli staziona alla porta d’ingresso per stabilire chi viene e chi va. Qui si spaccia droga alla luce del sole.
 
Ragazzi di tutti i colori e di tutti gli accenti arrivano in continuazione, sgasando a volontà su scooter truccati all’ultima moda. Bussano rumorosamente alla porta e chiedono una modica quantità di shit, di hash, di kif, di bédo, di beuh, di zeub, di tos… Ognuno lo chiama a modo suo ma l’odore è all’incirca sempre lo stesso. La sera poi, sotto la potenza di un rap assordante da discoteca, aggressivo come la strada, circolano pasticche e polveri. Gabi vi ha abitato, poi è partita, poi è ritornata. Ora la si vede regolarmente insultata e minacciata da tipi muscolosi e nullafacenti, che impongono il “pizzo” ai residenti e si stordiscono di alcool e di rap, divorando grigliate di gamberetti e urlando contro il mondo che li circonda. 
 
St Ouen è un luogo esemplare di quel che si può imparare attraverso l’esperienza della diversità nelle strade del mondo. Basta non attraversare le città e le persone col naso all’insù, riservando attenzione solo a guglie di chiese e mode passeggere, ma guardare anche in basso, sulle luride superfici orizzontali che ogni comunità riserva agli ultimi della specie. Se tra l’acquisto del biglietto all’agenzia e il mostrare le foto sorridenti agli amici ci si dà l’opportunità di riflettere, ogni nuova tappa lascia domande in quantità, più che risposte. La povertà è solo mancanza di denaro? Vale soltanto il contrario della ricchezza o, meno semplicemente, ha ben pochi legami col possesso di ricchezza in quanto tale?
 
Cosa accomuna gli scugnizzi della zona orientale di Napoli, che a notte fonda scorrazzano per le strade di quartieri immobili a distruggere proprietà private e pubbliche, e gli immigrati dai Dipartimenti d’oltremare che covano rivolte sociali nelle banlieues delle grandi città francesi? C’è un minimo comune denominatore tra i ragazzini che chiedono l’elemosina tra i tavolini dei bar di Essaouira, in Marocco, e gli adolescenti rom che attendono sorridenti la carità di una moneta all’uscita dei supermercati di Berlino?
 
L’esperienza di tanti anni trascorsi tra varie periferie umane crea un senso di disagio nel vedere gli ampi cartelloni delle organizzazioni non governative che fanno appello alla carità borghese per sollevare dalla miseria la faccia oscura dell’umanità. «Dagli un futuro», si leggeva su un enorme poster di Christian aid che guardava tutti con lo sguardo sorridente di un bambino africano, bellissimo. Come se i bambini brutti non avessero diritto a un futuro. Come se la carità di un obolo fosse la soluzione.
 
Povero era Ahmed, incontrato in Egitto fuori della tomba di un tale alto funzionario di una tale dinastia che governò la valle del Nilo. Dieci anni appena, vestiti stracciati e piedi scalzi, raccontava con simpatia infinita storie di oltre tremila anni fa in tre lingue diverse che non aveva mai studiato. Aveva imparato a chiedere denaro ma in realtà sognava un’opportunità, una sola, di uscire da quella terra desolata e farsi valere su una strada che lo portasse verso un qualsiasi obiettivo. Sei mesi dopo il governo avrebbe forzato l’intera comunità a spostarsi venti chilometri lontano dal sito archeologico e al bambino sarebbero rimaste poche capre da pascolare nel deserto, a vita, e tanta conoscenza impossibile da spendere.
 
Povero era Manuel, giovane tzigano nato e cresciuto a Lliria, nei sobborghi di Valencia, bello come un attore e triste per via dei suoi eccessi di alcool e marijuana. La pelle scura lo denunciava a ogni ricerca di impiego e non gli restava altro che lavorare da stagionale raccogliendo arance e rubacchiare per sopravvivere alla noia. Si convinse a partire in Belgio col Servizio volontario europeo su un programma di recupero sociale, per lasciare quel villaggio che gli succhiava la vita come una sanguisuga. Dopo l’ultima notte brava con gli amici, due giorni prima di partire, uscì dal bar senza capire nulla di quel che faceva e accoltellò uno sconosciuto per strada.
 
Si costituì e probabilmente ancora marcisce in galera. Povera nell’anima era Sandrine, studentessa parigina cui lo Stato garantiva alloggio e sovvenzioni per il diritto allo Studio. Lamentandosi continuamente per la mancanza di denaro, comprava ogni sera una vaschetta di sushi o di spaghetti cinesi al triplo di quanto le sarebbe costato cucinare. Il suo frigorifero straripava di frutta e verdura vecchie di una settimana, formaggi costosi e salsette varie. Il cinema nel weekend era d’obbligo. Per pagar tutto affittava a caro prezzo la sua stanza nel grande appartamento che il comune gli concedeva a contratto agevolato e divideva un’altra stanza con la sorella ricercatrice.
 
Perché, si sa, abitare a Parigi costa. «Poverina», dicevano tutti della signora Maria che, per far studiare i quattro figli, passava la vita a pulire i pavimenti delle case altrui. Il marito si beveva e si giocava il salario e lei si spaccava la schiena con sorriso e dignità. Faceva male vederla sempre più curva e sorridente mentre il figlio più giovane, più bello, spendeva la giornata in strada a fumare e chiacchierare di calcio, a trent’anni suonati.
 

Cos’è dunque la povertà? Cosa la ricchezza? Vatos, Abdhel e Jojo, i caporioni della gang di St Ouen, spendono questi giorni di primavera a sputare rabbia sul mondo e a sudare nel sole, abbandonati su poltrone scassate in un vialetto sporco e puzzolente. Con i soldi estorti ai bisognosi di turno comprano carne e pesce da grigliare e litri di coca-cola e birra. Dopo ogni festino, a notte fonda, partono rumorosamente sui loro scooter potenti ma non hanno un solo posto al mondo dove andare per sentirsi felici.
 
Gabi potrebbe cercare un lavoro e andarsene, invece vive del sussidio di disoccupazione e resta a farsi insultare nella sua stanza malandata, col tetto sfondato e senz’acqua calda, sognando progetti sociali e laboratori di quartiere che non si realizzeranno. Martin, studente di Praga che abita nell’armadio dello squat, scrivania sotto e materasso sopra, si accontenta di nutrirsi con le scatolette di cibo scaduto che raccatta per strada. L’anno prossimo chiederà una borsa di studio per andare a perfezionare il suo giapponese e partirà verso una vita piena di entusiasmo, “larga” come gliel’avrebbe augurata Luciano De Crescenzo. Dire di lui che è povero sarebbe veramente la più cieca delle falsità.   

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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