Dal trauma alla rinascita. Cronache di donne abusate

Dina Galano
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DIRITTI. Con il Rapporto su "Lo stato della popolazione nel mondo 2010" le Nazioni unite restituiscono la fotografia di alcuni Paesi attraversati da conflitti. Quest’anno l’attenzione è puntata sulla violenza di genere.

«Le violenze sulle donne non finiscono con la guerra». Lo hanno chiaramente indicato i relatori del Rapporto delle Nazioni unite sullo Stato delle popolazioni nel mondo 2010 reso pubblico ieri. Nelle fase acute di un’emergenza, che si tratti di un conflitto armato o di una calamità naturale, il più comune dei crimini è rappresentato dagli abusi di genere. Nella maggioranza dei casi, si tratta di stupro. Tuttavia, una volta stabilizzata la situazione, l’abuso non si esaurisce ma cambia, si declina nelle forme di mutilazione genitale, matrimonio precoce forzato, delitto d’onore e violenza domestica. Per liberarsi da questo vincolo di soggezione, l’Associazione italiana donne per lo sviluppo ha rilanciato alcuni strumenti: assistenza alla salute sessuale e riproduttiva al lavoro psicologico, tutela legale e partecipazione effettiva nel mercato  del lavoro».
 
Sono ancora vive le ferite di conflitti armati ormai spenti. E protratte oltre misura nei casi di guerre intestine incancrenite. Che si tratti di situazioni ancora aperte o di casi di post-conflitto, la cicatrizzazione che richiede il tempo maggiore riguarda la violenza di genere. È ai casi di abuso sulle donne, spesso bambine, che si interessa il periodico rapporto delle Fondo per le popolazioni delle Nazioni unite su Lo stato delle popolazioni nel mondo 2010 che quest’anno omaggia il decennale dell’approvazione della Risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza Onu. «La madre di tutte le Risoluzioni in tema di tutela dei diritti delle donne», come l’ha definita la portavoce dell’Alto commissariato per i rifugiati Laura Boldrini, intervenendo ieri al lancio del dossier; ma che finora ha conosciuto i piani di attuazione di soltanto 18 Paesi su 192. «Le quattro Convenzioni di Ginevra sulla tutela dei civili in caso di guerra», ha aggiunto Boldrini, «non hanno mai considerato la violenza di genere una grave violazione dei diritti umani. Con la risoluzione successiva alla 1325 (Ris. 1820 del giugno 2008) gli Stati sono tenuti a perseguire questo crimine contro l’umanità».
 
Rafforzati gli strumenti giurisdizionali internazionali, la prassi si scontra con continui ostacoli come la difficoltà di denuncia delle violenze subite e resistenze o tabù culturali. Anche per questo il Fondo delle Nazioni unite per la Popolazione (UNFPA), pur scegliendo  di rendicontare sulla specifica femminile nel mondo, non può fornire statistiche integrate e dati raffrontabili, se non per quanto si è potuto raccogliere nei territori di assistenza diretta. Quest’anno prediligendo una forma narrativa più rispettosa dei drammi individuali, servendosi del contributo del personale impegnato nei diversi Paesi e delle esperienze maturate grazie alla collaborazione con altre Ong. A presentare il rapporto in Italia l’associazione Aidos (associazione italiana donne per lo sviluppo) che ha attivi progetti in Palestina, Afghanistan, Iran e in tutto il Medioriente e in molte zone dell’Africa.
 
In Giordania, dove l’associazione cura un centro per la salute della famiglia, «abbiamo trasferito il modello italiano dei consultori familiari», ha riferito la presidente di Aidos Daniela Colombo ricordando la gran componente di profughi palestinesi presenti sul territorio. Ovunque, l’intervento dovrebbe seguire due direttive, ha continuato Colombo: «Aumentare il numero di personale femminile all’interno dei posti istituzionali, come la polizia, ma anche coinvolgere gli uomini nel processo di liberazione dalla violenza di genere». A Timor Leste sta crescendo la componente femminile delle forze dell’ordine, testimonia il rapporto, ma «le donne ricoprono tutte i ranghi più bassi della gerarchia» e in divisa non sono considerate elementi “normali” della polizia.
 
Tuttavia, ha commentato Martina Mancinelli che sta seguendo il progetto Unfpa nella Repubblica democratica del Congo, «spesso è decisivo che sia una donna a ricevere una denuncia di stupro». Soltanto nel primo semestre del 2010 nel Paese centafricano oltre 7mila donne hanno riferito di aver subito violenza e «sono una piccola percentuale del totale», ha spiegato Mancinelli. Nella sola provincia del Kivu meridionale, i centri sanitari locali riferiscono di una media di 40 donne stuprate ogni giorno, con bassissime percentuali di denuncia a causa del timore diffuso di rappresaglie. Nella vicina Sierra Leone, invece, il numero di rifugiate interne violentate da combattenti armati oscilla tra le 50mila e le 64mila unità. Nel mondo, allarma il report Onu, almeno una donna su tre è stata picchiata, costretta a rapporti sessuali contro la sua volontà o ha subito qualche tipo di molestia.

Il vacuum di conoscenza sui casi di violenza, inoltre, dipende da circostanze ambientali. Non solo i confini della tradizione, ma anche l’alto rischio di esporsi all’abuso. Che aumenta nei casi di persone in fuga dal proprio Paese. «Nel caso dei rifugiati», ha denunciato la portavoce dell’Unhcr, «non si conosce il numero delle persone che subiscono violenze nei Peasi di transito. A Lampedusa - ha esemplificato Boldrini - ho conosciuto donne giovanissime che hanno scoperto di essere incinta o sieropositive soltanto quando sono state fatte loro le analisi del sangue». Sull’entità quantitativa di questo fenomeno domina l’oscurità.
 
«Le vittime sono le principali attrici del cambiamento», ha indicato l’esperta di violenze di genere Mancinelli. Da loro occorre ripartire perché da loro dipende la ricucitura sociale ostacolata dal conflitto. L’Unfpa ha citato la Piattaforma di Pechino del 1995, adottata da 189 Stati: «La violenza di genere è insieme una violazione dei diritti umani della donna e un ostacolo che impedisce loro di godere di tutti gli altri diritti umani». Sviluppo e pace di una nazione passano attraverso il recupero di queste donne. Come insegna l’esperienza della Bosnia Erzegovina che apre il rapporto 2010: vent’anni dal conflitto e soltanto nel 2006 una donna della città di Mostar riesce a condividere la propria dolorosa esperienza con un’altra vittima di violenza. I “campi di stupro” sono diventati uno scandalo internazionale: «Quanti sono i figli nati da violenza sessuali in questo Paese?», si chiede il dossier. «La risposta è che nessuno lo saprà mai». 
 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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