Fawzia Koofi una vita per le donne
INTERVISTA. Ha 35 anni ed è stata la prima donna ad essere eletta vice speaker del Parlamento afgano. E' in Italia per presentare il libro autobiografico Lettere alle mie figlie
«Care Shuhra e Shaharzad, oggi andrò a Faizabad e Darwaz per un incontro politico. Spero di tornare presto e di rivedervi, ma devo dirvi che potrebbe non succedere. Ho ricevuto minacce di morte a causa di questo viaggio; forse stavolta quelle persone riusciranno nel loro intento. Essendo vostra madre, mi addolora moltissimo dirvi questo. Ma, vi prego, sforzatevi di capire che sacrificherei di buon grado la mia vita per un Afghanistan pacifico e un futuro migliore per i bambini di questo Paese”. È con una lettera rivolta alle sue figlie di 11 e 12 anni, che Fawzia Koofi, la prima donna afgana ad essere diventata vice speaker del Parlamento, ha deciso di aprire la sua autobiografia. Una missiva tra le tante che danno il titolo al libro (Lettere alle mie figlie, edizioni Sperling e Kupfer, 313 pagine, 18 euro) e che rappresenta insieme una dolorosa confessione e una promessa di speranza per il loro avvenire. Nelle pagine il racconto di una vita dedicata all’impegno politico e alla lotta per l’affermazione dei diritti delle donne e dei deboli in un nazione precipitata nell’oscurantismo e lacerata da decenni di conflitti si accompagna continuamente a messaggi che l’autrice rivolge direttamente ai suoi familiari. Pensieri e parole per le bambine avute da un marito morto a causa delle vessazione subite nelle carceri durante il regime talebano; per la madre amata e scelta come modello di coraggio e abnegazione (“Da te ho imparato il vero significato del sacrificio di sé”); per l’autoritario padre, parlamentare ucciso dai guerriglieri mujaheddin quando lei aveva 4 anni (“Più di trent’anni dopo la tua morte, guidi ancora me e la tua famiglia con il tuo esempio”). Con Fawzia Koofi, in Italia in questi giorni per presentare il suo libro, abbiamo parlato del ruolo ricoperto oggi dalle donne nella politica afgana, delle sfide che il Paese si trova di fronte e della sua futura candidatura alle elezioni presidenziali del 2014.
Il suo impegno, insieme a quello di altre donne afgane, ha cominciato negli ultimi anni a cambiare il volto della politica nel suo Paese. Quali passi importanti sono stati compiuti e quali ancora restano da fare?
Da quando sono stata eletta al Parlamento, nel 2005, ho concentrato i miei sforzi per portare un cambiamento nella mentalità tradizionalista con la quale ancora oggi molti uomini considerano le donne. In questi sei anni sono stati realizzati molti progressi e la fiducia nei confronti delle figure politiche femminili è sicuramente aumentata. Ciò è dovuto al loro coraggio e alla capacità che hanno dimostrato nel portare avanti in modo onesto e corretto il loro mandato, mantenendo le promesse fatte ai propri elettori. Nonostante questo, c’è ancora molto da cambiare e sono consapevole che la strada che noi donne afgane abbiamo davanti è ancora molto lunga. Inoltre l’intero Paese ha bisogno di sviluppare la sua economia, le sue infrastrutture, le sue scuole e i suoi ospedali. L’impegno di noi parlamentari deve andare in questa direzione.
Nella prima lettera che indirizza alle sue figlie, lei scrive che vorrebbe che in futuro loro potessero studiare all’estero e conoscere “i valori universali”. Quali sono secondo lei questi valori?
Esiste la possibilità che si affermino in un momento in cui si discute di riportare i talebani al governo? Quello di cui io parlo è innanzitutto il rispetto per l’essere umano in quanto tale, senza distinzione tra uomini e donne. Ogni persona deve avere il diritto di manifestare il suo pensiero e di partecipare alla vita politica del suo Paese. Questa è la base della democrazia. Tendere la mano ai talebani è un gesto che va esattamente nella direzione opposta. La loro volontà è quella di cambiare la Costituzione e io non credo che riusciranno a rispettare il significato della democrazia e condividere il potere con chi non abbraccia la loro visione del mondo. Rimettere il potere nelle mani dei talebani significherebbe distruggere tutti i progressi faticosamente raggiunti in questi anni.
In molte regioni afgane le donne vivono ancora in condizioni di arretratezza e totale subordinazione al potere maschile. Cosa può fare in concreto per loro la politica?
La politica è il principale strumento che noi donne abbiamo per favorire il cambiamento. Quando ci sono delle nuove leggi che devono essere approvate in parlamento, ogni volta che è possibile io mi preoccupo che siano formulate in modo tale che anche le donne possano riceverne vantaggio. E se vengono votate norme discriminatorie, noi parlamentari scendiamo in piazza e insieme alle nostre elettrici protestiamo. Oggi uno dei grandi problemi che le donne del mio Paese si trovano a fronteggiare è quello dell’elevato tasso di mortalità durante la gravidanza, dovuto alla mancanza di istruzione e di strutture mediche adeguate. Noi politiche possiamo impegnarci per cambiare questa situazione, lottando per garantire a tutte un’assistenza sanitaria di base.
Lei è contraria al ritiro della Nato e della potenze occidentali dall’Afghanistan perché sostiene che “il loro lavoro non è ancora finito”. Quando secondo lei potrà dirsi tale?
Le truppe della Nato sono venute in Afghanistan per compiere una missione ben precisa: sconfiggere i talebani e Al Qaeda e aiutare la popolazione nei suoi sforzi per la costruzione di un Paese democratico e pacifico. Questa missione oggi non può dirsi ancora compiuta. Lo sarà quando le persone potranno tornare a vivere in pace e a condurre un’esistenza serena e dignitosa.
Pochi giorni fa un altro soldato italiano ha perso la vita in Afghanistan. Cosa pensa del ruolo ricoperto oggi dalle truppe italiane nel suo Paese?
Le truppe italiane sono concentrate nella provincia di Herat. La loro presenza è di grande utilità per la popolazione locale. Tuttavia credo che il governo italiano dovrebbe fornire un addestramento più specifico ai suoi soldati e dotarli di un maggior numero di mezzi e attrezzature per favorire i loro interventi umanitari.
Nel 2014 lei intende candidarsi alle elezioni presidenziali. Quali aspettative nutre a riguardo?
Ho piena fiducia nella mia gente e credo che il mio popolo avrà fiducia in me. Sono già stata eletta due volte al parlamento, ogni volta con moltissimi voti. Il vero ostacolo è rappresentato da quei politici tradizionalisti che occupano la scena da molti anni e non vogliono condividere il loro potere con le donne. Io però ho una schiera di sostenitori molto ampia su cui so di poter contare.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






