Nigeria, ancora morti nelle proteste contro il caro benzina
AFRICA. Al secondo giorno di sciopero generale contro l'eliminazione dei sussidi sul carburante una manifestazione viene repressa nel sangue nel nord del Paese. Lo Stato africano esporta greggio ma non ha raffinerie: i combustibili vengono importati.
Al secondo giorno di sciopero generale indefinito contro la decisione del governo di tagliare i sussidi per i carburanti, nella ex capitale nigeriana Lagos – la principale città del paese – sono comparsi blocchi stradali e barricate. In città la tensione è molto alta, dopo che lunedì, primo giorno di sciopero, un manifestante è stato ucciso durante una carica della polizia, schierata in forze per impedire i cortei.
Altre cinque persone sono morte nello stato settentrionale di Kano, dove i sindacati hanno deciso di cancellare i cortei e le manifestazioni per impedire nuovi scontri con la polizia. Ad Abuja, capitale federale, migliaia di persone hanno invece sfilato, in mezzo a strade quasi completamente deserte: scuole, pompe di benzina, uffici e negozi sono chiusi. Nonostante la massiccia presenza di polizia (il governo ha schierato 15 mila agenti), nella capitale non ci sono stati scontri, come invece avvenuto in un’altra città del nord, Bauchi, dove la polizia ha usato i lacrimogeni contro i manifestanti.
Il braccio di ferro tra i sindacati e il presidente federale Goodluck Jonathan è però solo all’inizio. I sindacati hanno promesso, all’inizio delle proteste, che avrebbero continuato fino a quando il governo non avesse ritirato il provvedimento, in vigore dal primo gennaio, che ha azzerato i sussidi di stato che servivano a calmierare i prezzi dei carburanti. La Nigeria è il primo esportatore di greggio dell’Africa e l’ottavo al mondo, tuttavia le sue capacità di raffinazione sono molto limitate per cui benzina e diesel devono essere comprati dall’estero. I sussidi governativi hanno tenuto basso il prezzo dei carburanti, che vengono usati non solo per il trasporto ma anche per alimentare i generatori e i gruppi elettrogeni che, specialmente nelle aree rurali e nelle zone povere delle città, sono la principale fonte di energia elettrica. Secondo il presidente Jonathan, i circa 8 miliardi di dollari che il governo risparmierebbe dal taglio dei sussidi, sono destinati a investimenti per migliorare le infrastrutture del paese.
Una promessa che non ha convinto né i sindacati né i cittadini che nel giro di ventiquattro ore hanno visto raddoppiare il prezzo di benzina e diesel, sia nei distributori che sul mercato nero.
Non è la prima volta che la Nigeria si paralizza per uno sciopero sul tema dei sussidi dei carburanti. Nel 2003 una prova di forza analoga si concluse, dopo la completa paralisi del paese, con un accordo tra governo e sindacati: i sussidi furono mantenuti, ma ridotti in modo consistente.
Il presidente Jonathan sembra però deciso a non fare marcia indietro e la tensione sociale innescata dal suo provvedimento si somma a quelle che già attraversano il più popoloso paese africano (160 milioni di abitanti): dalle difficoltà nella regione petrolifera del Delta del Niger ai recentissimi attacchi della formazione terroristica di ispirazione islamista Boko Haram, che hanno provocato la fuga di migliaia di cristiani da alcune zone nel nord del paese.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







