Scavi di Longola a rischio abbandono
ABBANDONO. Nella valle del Sarno uno scavo risalente all’Età del Ferro è a rischio chiusura: si tratta del villaggio protostorico di Longola, nel comune di Poggiomarino.
Nella valle del Sarno uno scavo risalente all’Età del Ferro è a rischio chiusura: si tratta del villaggio protostorico di Longola, nel comune di Poggiomarino, testimonianza importante di un insediamento terramare dell’Italia Meridionale, una “Venezia” di 3.500 anni fa. Lo scavo fa capolino da un territorio invidiabile per la varietà di risorse, fiore all’occhiello dell’agro nocerino sarnese: se ne accorsero per primi gli antichi Sarrasti, provenienti dal Peloponneso, che in questa fertile pianura decisero di stanziarsi. Eppure Longola subisce lo stesso destino di abbandono di tanti altri patrimoni archeologici. Fa specie parlare di mancanza di fondi: parliamo piuttosto di poca lungimiranza degli enti amministrativi territoriali e regionali, di mancanza di progetti e di mancata attuazione di quelli esistenti, di un concetto di economia sostenibile che nessun sindaco ha l’ardire di proporre come modello alternativo di sviluppo.
I cittadini hanno scoperto forse troppo tardi l’importanza del proprio sito, ma con ostinazione mantengono all’entrata degli scavi un presidio, giorno e notte, assieme agli operai che sono stati licenziati dalla ditta che aveva in gestione lo scavo: si oppongono all'arrivo delle ruspe, pronte a sotterrare millenni di storia. Ma all’atto pratico, quali prospettive attendono Longola? Ben vengano i tavoli e l’interesse della Regione: pare che sulla questione scavi voglia mettere le mani l’assessore ai beni culturali e vice presidente della giunta regionale Giuseppe De Mita, ma il problema non è la mancanza di fondi bensì la mancanza di progetti: tenere aperto uno scavo al solo scopo di drenare con le pompe l’acqua a livello della falda acquifera ha ben poco senso.
E’ il concetto di valorizzazione che sfugge, quello che deve fare da traino di sviluppo per l’intera zona. E' da tempo che maturano le avvisaglie di chiusura: dall'esame delle carte risulta che il titolo di occupazione per pubblica utilità dell’area interessata è stato mutuato nel 2004 da “a servizio del depuratore” in “a servizio del sito archeologico” con la finalità di rendere il sito accessibile e noto: lo scavo, saltato fuori durante i lavori, poi interrotti, per la costruzione di un depuratore che avrebbe dovuto servire alcuni comuni dell’area vesuviana. L’area è stata dotata di una tensostruttura per migliorare la ricevibilità dei visitatori e per renderla più adeguata era stato redatto il progetto di un parco archeologico fluviale, finanziato con i fondi del Programma Operativo Regionale Campania, nel quale rientravano interventi di sistemazione della strada che conduce al sito e la realizzazione di percorsi pedonali collegati tra loro.
A tale progetto ne è annesso un altro di riqualificazione dell’intero percorso che dall’uscita della SS 268 conduce allo scavo, con la realizzazione di piste ciclabili e di un centro di informazione ambientale (in un’area compromessa dall'inquinamento del fiume Sarno). Il progetto del parco risale al 2006 e prevede un importo di spesa di 690.000 euro. Da sei anni a questa parte, nulla è stato realizzato e persino raggiungere lo scavo di Longola si rivela un’ardua impresa per la mancanza di segnaletica. Le associazioni e i comitati ambientalisti vesuviani hanno chiari i progetti di sviluppo: musei, laboratori, un percorso archeologico, culturale e tipico che parta da Nola per arrivare a Pompei, passando per Somma Vesuviana, Ottaviano, Terzigno e Boscoreale. Quello più innovativo è legato a una proposta di azionariato popolare, perché la distribuzione omogenea di un indotto tra i cittadini offrirebbe garanzie di maggiore tutela del sito.
Ma la strada che i poggiomarinesi sono obbligati a seguire è quella del confronto con una certa politica che, a giudicare dai disastri di Pompei e le condizioni in cui versano i patrimoni archeologici dell’area vesuviana, non offre chissà quali tipi di garanzie. A tutto questo si aggiungono i tanti vincoli restrittivi, difficili da comprendere, imposti dalla soprintendenza, troppo abituata a custodire i tesori dentro ai propri magazzini (salvo spedirli alle mostre di mezzo mondo) invece di promuovere musei e parchi archeologici nelle aree in cui sono stati rinvenuti.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







