LA NEFASTA NORMALITÀ DEI PARTITI AD PERSONAM di g.s.
È nelle elezioni politiche del 1992 che si presentò per la prima volta una simbolo indicante il nome del leader: era quello del vate radicale Marco Pannella, alias lista Pannella. Come spesso accade il piccolo partito corsaro anticipò tendenze che sarebbero diventate la normalità: in questo caso, a parer mio, una nefasta normalità. Quella decisione fu, infatti, premonitrice e propedeutica all’odierno imperio dei soggetti politici ad personam, il partito di Berlusconi, di Di Pietro, Mastella, Casini, il gruppuscolo di Rutelli, le formazioni di Bossi e Lombardo.
Buon ultimo purtroppo e nonostante le premesse - Sinistra ecologia e libertà che ha aggiunto nel simbolo per le elezioni amministrative di marzo, un “con Vendola”. Dicitura che ha senso in Puglia ove il presidente della neonata formazione è candidato a governatore ma che altrove pare solo un furbesco ammiccamento alla dittatura mediatica che vuole la semplificazione in un nome, in un volto, in un referente singolo. è indubbio che con la fine della prima repubblica e l’inarrestabile crisi dei partiti tradizionali, della loro forma e natura, la deriva verso padri/padroni, verso l’identificazione tout court del soggetto politico con il suo “animatore” fosse oggettivamente obbligata.
Tutti i sondaggi promossi sul tema ci affermano che circa l’80% delle elettrici/ elettori si forma un’opinione e decide il voto in base alla Tv: è la videocrazia e la piazza telematica il vero sostituto dei partiti di massa, delle sezioni territoriali, il luogo dell’input (discussione, partecipazione, scelte democratiche, sintesi e decisioni paiono invece essere gli zombi designati). In realtà anche le primarie in cui si diletta il maggiore partito dell’opposizione, sono l’altra faccia di quest’impossibilità di strutturare un vero confronto di massa che non sia populista/plebiscitario.
Altro dato che accompagna l’avvento dei soggetti politici ad personam è la fine dell’ideologia. Morte più dichiarata che reale, in verità: da sempre sappiamo che l’assenza di una scelta a-priori, un’opzione del dover essere, un’idea condivisa sul mondo, significa semplicemente l’affermazione dello status quo, dei poteri di sempre, dell’ideologia imperante. In politica vuol anche dire pseudo neutralità, governabilità senza aggettivi, presunte oggettività economiche, impossibilità di sostanziale alternativa (non a caso oggi parliamo d’alternanza: piccole differenze all’interno della stessa logica, con immodificabilità della “naturale” divisione tra chi ha, può, è, e chi non ha, non può, non è).
La frenetica transumanza di politici da un partito all’altro, oggi diventata lo sport più praticato, è un altro sintomo della fine delle appartenenze “valoriali” ed evidenzia come senza un collante condiviso, senza un progetto collettivo - senza la politica, avremmo detto una volta - diventa indifferente ove ci si colloca ( fatte salve rare eccezioni). In effetti, giustificare cambi di casacca non è difficile: l’agire politico ridotto a tecnicismi o a rappresentanza di lobby lo permette allegramente senza doversi sentire in colpa. Se aggiungiamo che le leggi elettorali vigenti tolgono la parola e vanificano lo scelte dei cittadini nella decisione di chi premiare o no, possiamo tranquillamente concludere che la transumanza non è più un bacio di Giuda ma evolversi coerente della politica e della fragile democrazia in cui viviamo.
In ogni modo auguri a tutti.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.





