Se domandandovi quale sia il punto profondo degli oceani rispondete prontamente la Fossa delle Marianne, fate bene ma… attenzione ad esserne così certi. Con i suoi 11 km di profondità, la Fossa è sicuramente l’odierno record, ma sta emergendo come questo picco vicino all’isola territoriale americana di Guam, che prende il nome dall’HMS Challenger, che ha scoperto le sue profondità per la prima volta nel 1875, non possa essere sufficientemente sicuro di mantenere questo primato per sempre.

In media, l’oceano è molto meno profondo. La stima più recente della profondità media dell’oceano, calcolata nel 2010, è di 3,6 km. Un dato poi confermato dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAAA) che, tuttavia, aggiunge un altro elemento che non bisognerebbe sottovalutare: solo il 10% del fondo marino è stato mappato dagli scienziati, e dunque questo dato non può che rimanere una mera indicazione di massima.

Misurare le profondità dei nostri oceani si è spesso rivelata una sfida difficile sia per gli scienziati che per gli esploratori. Ma perché? La risposta è abbastanza semplice: quando si viaggia dalla superficie fino al fondo del mare, la pressione dell’acqua aumenta, e la luce e le fonti di cibo diventano sempre più scarse. Anche a profondità molto più basse di 1.000 metri, gli esseri umani e la maggior parte degli altri organismi con spazi pieni di gas, come i polmoni, finirebbero con l’essere schiacciati dalla pressione.

Per sfuggire a questo destino, la maggior parte della vita nelle profondità è in gran parte composta più semplicemente d’acqua, da pesci con teste trasparenti alle anguille che si contorcono in vasche di salamoia. Eppure, nonostante l’enorme pressione, le condizioni acide e la mancanza di luce, contro ogni aspettativa, alcuni organismi riescono a sopravvivere in profondità.

Peraltro, le zone del fondo marino dove la luce non arriva fino a noi possono essere così sterili e ostili che le forme di vita qui presenti non hanno altra scelta se non quella di produrre il proprio cibo attraverso un processo chiamato chemiosintesi, che utilizza l’energia rilasciata da reazioni chimiche inorganiche.

Ad ogni modo, nonostante le recenti scoperte, molti dei nostri oceani sono ancora inesplorati e rimangono i misteri sulle sue profondità.

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